Voto fuorisede
Voto Dove Vivo

VOTO DOVE VIVO: I FUORISEDE NON SONO CITTADINI DI SERIE B

Il suo esercizio è un dovere civico”, recita la nostra Costituzione all’articolo 48, riferendosi al diritto di voto. Dunque, stando alle parole della nostra Carta Costituzionale, quello al voto sarebbe un diritto-dovere di “tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età”, siano essi residenti in Italia o all’estero (categoria per la quale è istituita un’apposita circoscrizione, ndr). “Il diritto di voto” -aggiunge l’articolo all’ultimo comma- “non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge.”

In sostanza votare in Italia dovrebbe essere un diritto e un dovere civico che ogni cittadino dovrebbe esercitare senza limitazioni per poter esprimere il proprio libero pensiero, per indicare la persona – o le persone – più adatte ad amministrare la cosa pubblica. Eppure, a giudicare dalla decrescente affluenza alle urne degli ultimi decenni, ci deve essere qualcosa che non va.

Il tema della crescente disaffezione per la politica e conseguentemente per l’amministrazione pubblica e per il voto ci porta a fare i conti con una crisi della democrazia ormai divenuta sistemica (ne sono una prova i dati delle ultime elezioni amministrative svoltesi nel 2021 –54,69% votanti totali– record storico negativo di partecipazione al voto) e che quindi non può necessariamente esser ricondotta alla sola crisi dei partiti.

Ci sono altri dati da dover considerare, altre letture da dover dare, altre cause da dover trovare.

Se, infatti, è vero che attualmente in Italia tutti i cittadini, senza alcuna distinzione, hanno il diritto-dovere di recarsi alle urne, è altrettanto vero che una parte consistente di essi non ne ha la possibilità. Un’indagine Istat del 2017 condotta su 1146 comuni italiani (attualmente l’ultima disponibile prima della pandemia) ci mostra che il totale della popolazione insistente su di essi ammonta a quasi 33 milioni di persone – turisti esclusi- contro i soli 27 milioni di residenti. Oltre 5 milioni di persone che vivono in comuni diversi da quello di residenza per motivi di studio, lavoro o di salute: sono i cosiddetti “fuorisede” e cioè tutte quelle persone che scelgono di vivere in un comune diverso da quello di origine/residenza nella speranza di ricevere un’istruzione migliore, di trovare un lavoro più soddisfacente, di ottenere cure più efficaci. Oltre 5 milioni di persone che spostano – talvolta stabilmente a causa dell’elevata distanza – la propria vita, che impiegano il proprio tempo e le proprie risorse in un luogo e in una realtà diversi da quelli di appartenenza, pur senza volerli lasciare e pur senza spostare la propria residenza.

Oltre 5 milioni di persone che se fossero stati residenti all’estero avrebbero potuto esercitare il proprio diritto di voto per posta.

Oltre 5 milioni di persone che invece si trovano costretti a dover investire nuovamente tempo e soprattutto denaro per tornare presso i rispettivi comuni di residenza e poter esercitare il proprio sacrosanto diritto di voto.

“Il mio diritto” -dice Leonardo, studente/lavoratore residente in Calabria ma che da anni vive a Roma- “a esprimere la mia volontà politica è minato, non dalla Carta Costituzionale o da una mia mancanza di interesse per la cosa pubblica, ma proprio dalla mia situazione sociale, che mi costringe a non potermi spostare dal luogo di lavoro/studio per un solo giorno. Immaginate un viaggio di oltre otto ore, dal cuore di Roma a Cariati, in provincia di Cosenza, alla modica cifra di circa 60 euro a tratta, quanto possa pesare sulla situazione economica del mio bilancio mensile. Voi andreste a votare?”. Voce, la sua, che si unisce a un coro di quasi 1 milione di fuorisede (esclusi quelli per motivi sanitari) nella sola città di Roma e che troppo spesso si trovano costretti a dover scegliere di astenersi.

Proprio per cambiare queste risposte, per provare a invertire questa tendenza, nel Secondo Municipio di Roma, tra le strade e le piazze che ogni anno ospitano migliaia di studenti fuorisede dell’università “La Sapienza” e della “Luiss”, nasce il comitato “Voto Dove Vivo”.

Voto Dove Vivo è un comitato apartitico che nel 2018 scrive, insieme alla deputata Marianna Madia, un disegno di legge che l’ex ministra Pd deposita alla Commissione Affari Costituzionali della Camera e di cui è prima firmataria. Il Ddl Madia, dunque, propone diverse soluzioni per risolvere il problema del voto ai referendum, alle elezioni europee e alle politiche. Una volta accertato il proprio status di fuorisede, tramite apposita domanda trasmessa e certificata con SPID, si potrà procedere in maniera diversa a seconda del tipo di votazione.

Per quanto riguarda i referendum, essendo le schede identiche in tutto il territorio nazionale (che, ai fini del risultato, costituisce un’unica circoscrizione), basterà recarsi direttamente al seggio di pertinenza nel proprio domicilio e votare dal luogo in cui si lavora, studia o si stanno ricevendo le cure.

Per quanto riguarda le elezioni per la Camera, per il Senato e per il Parlamento europeo invece, non essendo possibile l’ipotesi della “circoscrizione unica”, il Ddl introduce il voto per corrispondenza, esattamente come già accade per chi risiede o per chi si trova temporaneamente all’estero, vedi studenti ERASMUS.

Infine, aspetto non meno importante, all’art.6 del disegno di legge viene introdotta una delega al Governo, altamente circostanziata e in via sperimentale, per tentare di introdurre un sistema telematico di votazione non generalizzato per tutti i cittadini né per tutte le competizioni elettorali, che rappresenterebbe una valida alternativa al voto per corrispondenza di cui sopra. Naturalmente si tratta di una sperimentazione (teniamo a mente che nel 2018 la stessa PA non aveva ancora subìto quel processo di digitalizzazione che “l’Era Covid” ha in parte contribuito ad accelerare), che potenzialmente potrebbe consentire il superamento di una serie di obiezioni che da sempre si accompagnano al voto per corrispondenza, tra cui il rischio legato al trasferimento materiale delle schede elettorali per raggiungere il seggio in cui l’elettore è iscritto.

Dunque, se ben costruito, il sistema telematico potrebbe costituire un punto di equilibrio tra l’esigenza di non alterazione della rappresentanza, e dunque di garanzia di democraticità delle istituzioni, e la necessità di rendere effettivo, anche nella nostra epoca, l’esercizio di quel diritto fondamentale riconosciuto a tutti i cittadini dalla nostra Costituzione.

La politica ha il dovere di risolvere questa situazione, per chi ancora nella politica un po’ ci crede e soprattutto per chi non ci crede più. Il comitato Voto dove Vivo dal 2018 continua a viaggiare per l’Italia, per le città e per le università, a confrontarsi con chi vede negato il proprio diritto e a raccontare la proposta a chiunque abbia voglia di ascoltarla e conoscerla per immaginare un futuro non troppo lontano, in cui magari dire SI all’eutanasia legale tramite voto elettronico sarà possibile.

Il comitato non si fermerà fino a quando questo diritto non sarà una realtà effettiva per tutti e per tutte.

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