Il pd ha un problema di alleanze

Se con Zingaretti si parlava di “soccombenza” del (suo) Partito Democratico rispetto al Movimento 5 Stelle del duo Conte-Di Maio, a distanza di pochi mesi dalle sue dimissioni, con il nuovo segretario al Nazareno, la musica non sembra essere cambiata.

Sia ben chiaro, l’intento di questo articolo non è di prediligere l’alleanza con un partito rispetto ad un altro, ma di un modus che, più va avanti, più diventa discutibile.

Ne sono dimostrazione le ultime settimane spese per l’organizzazione delle elezioni amministrative di settembre-ottobre che riguarderanno, in particolar modo, cinque tra le città più importanti in Italia (capitale compresa), in cui il PD è chiamato a confermare un sindaco (Sala a Milano), un risultato (Bologna ancora a sinistra) e a riconquistare l’incarico di primo cittadino (Roma, Torino e Napoli).

L’esigenza, però, di raggiungere i risultati sopra elencati si scontra con la necessità, giusta entro un certo limite, di portare a livello territoriale le interlocuzioni nazionali, ed ecco quindi che si deve fare fronte comune con il M5S, un partito che, è risaputo, salvo casi eccezionali non ha mai avuto un grande riscontro dalle elezioni amministrative.

A questo si deve aggiungere, e sembra scontato dirlo, che vi è una differenza tra le elezioni amministrative e quelle nazionali (anche se il fallimento delle prime ha portato in varie occasioni a crisi di segretari e, addirittura, presidenti del consiglio), e che le alleanze nazionali proiettate a livello locale non sono una garanzia (caso Umbria per l’alleanza M5S-PD).

Nonostante questo, al Nazareno non sembrano essere chiari questi concetti, ed ecco che si continua, inspiegabilmente, dato che a livello di sondaggi il PD ha ormai superato il M5S, a insistere nelle interlocuzioni, molte volte cedendo, anche troppo, a favore del partito (attualmente) di Giuseppe Conte, e portando a diversi casi, accolti il più delle volte da mormorii di disapprovazione a livello locale (e non solo): a Bologna si va su Lepore contro la Conti proposta da Italia Viva, a Roma si decide di schierare Gualtieri al posto di una figura più vincente e rassicurante di Zingaretti, ma solo dopo che il M5S ha chiuso a ogni possibilità di dialogo confermando Virginia Raggi, e in Calabria, probabilmente, si deciderà di far venir meno la candidatura di Nicola Irto, in nome di una figura più favorevole al Movimento 5 Stelle.

Non si sa quali saranno i risultati che avremo dalla tornata di ottobre, ma i passaggi che hanno portato o stando portando alle chiusure dei diversi candidati nelle varie città denotano sempre di più quella subalternità che si sperava fosse venuta meno con Zingaretti, ma che sta continuando anche con Letta, nonostante, come detto, il PD stia guadagnando sempre più il terreno a scapito (anche) del M5S, e nonostante non vi sia l’intenzione di un’unione di due partiti che, fino a qualche anno fa, si scontravano a suon di querele e male parole.

La linea sottile tra le ragioni elettorali (in questo caso, comunque, non certe) e l’esasperazione per la ricerca di un’alleanza difficilmente strutturale è abbastanza labile, e si spera che le voci di lamento verso questa strategia non si alzino ancor di più dopo le elezioni amministrative.

Altrimenti il PD avrà un altro, ennesimo, problema interno.

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