Anche il calcio è un business

Ormai è stata archiviata la tematica della Super League, che per qualche giorno aveva tempestato i social, portando a una presa di posizione collettiva, dai primi ministri delle maggiori nazioni (Draghi incluso) ai tifosi che manifestavano davanti agli stadi chiedendo un passo indietro decantando la rovina nel calcio, sempre più nelle mani di poche squadre e della loro (esclusiva) voglia di profitti.

In effetti, analizzando bene, la questione della Super League aveva tutti i connotati per trovare i nemici da combattere: dodici club, tra i più titolati nella storia calcistica, decidono di lasciare le due principali competizioni europee (Champions League ed Europa League) per crearsi una propria lega dove, oltre a loro, sarebbero state invitate altre tre squadre, il tutto con l’intenzione, tra le altre cose, di aumentare le proprie entrate (tenendo conto del periodo di crisi dovuto, tra le altre cose, alla crisi pandemica), mentre intanto una delle più grandi banche al mondo, J.P. Morgan Chase, anticipava 3,5 miliardi di euro quale investimento nella competizione. Insomma, tutti gli elementi migliori per avere la battaglia contro i “poteri forti”, nel segno anche dell’anticapitalismo.

A prescindere dalla condivisione o meno del progetto, sembra essere passato un punto fondamentale: anche il calcio è un business, e non ci voleva la vicenda Super League a ricordarcelo.

Ce lo saremmo dovuti ricordare guardando i “buoni” in questa vicenda, ricordandoci che la FIFA organizzerà l’anno prossimo i mondiali in Qatar (con tanto di vicende di corruzione dietro per l’assegnazione), dove si contano più di 6500 morti per la costruzione delle strutture, in un paese in cui prevalgono più interessi economici che meramente calcistici, oppure la vicenda legata ai diritti tv che poche settimane prima aveva tempestato i giornali e i social, per trasmettere le partite delle competizioni UEFA e della Serie A che, a proposito di quest’ultima, sta stabilendo partite in orari sempre più disparati (quanto ci manca vedere tutte le partite la domenica alle 15?) per permettere alle emittenti televisive di trasmetterle tutte, senza sovrapposizioni; e ce lo dovremmo ricordare anche dopo la vicenda della Super League, tra notizie che vedono l’aumento dello stipendio del numero uno della UEFA Ceferin e i soldi promessi alle squadre inglesi per rivedere la loro decisione di aderire alla neo lega.

O ancora, lo dimostrano gli stadi di proprietà, che prendono a volte anche i nomi di sponsor (vedi l’Allianz Stadium di Monaco o Torino, o l’Emirates dell’Arsenal), il fatto che dietro molti club ci siano grandi magnati o società finanziarie, se non addirittura fondi di investimento (Fondo Elliott per il Milan).

È cambiato il calcio quindi? Non solo, sono cambiate le esigenze, anche da parte di noi tifosi.

Ormai le società calcistiche sono viste come una fonte su cui basare un investimento, preda sempre più di magnati e fondi di investimento (come sopra citato), che spendono soldi pensando non soltanto ai risultati calcistici, ma anche alla creazione di infrastrutture, intese come stadi, complessi nonché al merchandising e a tanti altri elementi capaci di creare profitto. Cambia anche l’esigenza dei tifosi, che non si limitano solo a vedere i risultati, ma vogliono uno sviluppo dalla propria squadra, uno stadio migliore (sulla falsa riga di quelli inglesi), più campioni (che è un paradosso, considerando che poi ci si lamenta di quanto si spende per comprarli), e il tutto mantenendo pur sempre le basi del gioco, dello spettacolo.

Non si sa dove porterà tutto questo, certo guardiamo con nostalgia i tempi passati, le squadre nelle mani dei singoli soggetti, dimenticandoci dell’apparato che avevano dietro (Agnelli, Berlusconi, Moratti e via dicendo), ma bisogna prendere consapevolezza che il calcio, come tutto, ha un suo sviluppo.

E che piaccia o no, sta sempre diventando un business.

Godiamoci lo spettacolo, sperando in tempi migliori.

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