MINNEAPOLIS, MN - APRIL 20: People celebrate at George Floyd Square after the guilty verdict in the Derek Chauvin trial on April 20, 2021 in Minneapolis, Minnesota. Former police officer Derek Chauvin was on trial on second-degree murder, third-degree murder and second-degree manslaughter charges in the death of George Floyd May 25, 2020.  After video was released of then-officer Chauvin kneeling on Floyd’s neck for nine minutes and twenty-nine seconds, protests broke out across the U.S. and around the world. The jury found Chauvin guilty on all three charges. (Photo by Stephen Maturen/Getty Images)

La Giustizia non è il fine, è il mezzo

A volte capita di perdere cognizione del tempo e di non rendersi conto del periodo storico che viviamo, soprattutto in quest’anno in cui il Covid ha stravolto le nostre vite cristallizzando tutto e monopolizzando il dibattito su pochi temi molto condivisibili. Ma quest’anno è stato molto di più, e mercoledì 21 aprile uno di quei fenomeni e processi (perché di questo è fatta la storia) che ha segnato lo hanno segnato ha trovato il proprio posto nel mondo, proprio quando la giuria popolare del tribunale di Minneapolis ha consegnato il verdetto al giudice sul processo a Derek Chauvin, il poliziotto 44enne che il 25 maggio 2020 uccise George Floyd soffocandolo violentemente con il ginocchio mentre lo stava arrestando, a terra, inerme. Ora il rischio di quasi 40 anni di carcere per i tre capi d’accusa contestati pare ovvio e scontato, soprattutto alla luce di quello che quell’omicidio ha significato per gli Stati Uniti e per il resto del mondo. Eppure, raramente un caso di violenza della polizia era stato trattato con tanta cura dalle procure americane; questo era evidente anche quando a giugno 2020 l’autopsia della procura di Minneapolis dichiarò che Floyd era morto per overdose, salvo poi constatare che nel sangue non c’erano tracce di droga. Allora la domanda è chiara: se giustizia è stata fatta, è stata fatta per la prima volta? E davvero è stato necessario mettere a ferro e fuoco le metropoli americane per più di un’estate per avere un verdetto giusto, per far sì che la procura e lo stato indagassero con la correttezza e la precisione che ogni caso richiederebbe? È innegabile la carica mediatica e popolare che questo processo ha avuto e il cambiamento radicale che i fatti di Minneapolis hanno scatenato negli USA, a partire anche dall’elezione di Joe Biden. Ma ora dobbiamo aspettarci che per ogni caso di violenze razziste della polizia ci sia la stessa precisione o sarà sempre necessario scatenare la rivolta per avere giustizia? Insomma, la protesta fa egemonia, e Black Lives Matter l’ha dimostrato, ma la giustizia la fanno i giudici e i tribunali, la pratica e le istituzioni e i veri cambiamenti nascono da lì, dalla volontà politica di cambiare le cose. Per cambiare la cultura e la società allora non basta scendere in piazza e protestare, non basta scioperare e non sono sufficiente nemmeno le pressioni mediatiche. Per cambiare le cose è necessario che alla società civile si accompagnino l’impegno e la correttezza delle istituzioni, perché l’eccezione non è stato il processo Floyd, bensì tutti quelli che lo hanno preceduto. Quindi, anche a costo di dover condannare 10, 100, 1000 Derek Chauvin a 40 anni di carcere, è fondamentale spingere il carro del progresso e della giustizia sociale, che non può reggersi solo sulle spalle di chi non vuole vivere con la paura di essere ucciso da un poliziotto. A quasi un anno di distanza dall’omicidio di George Floyd possiamo dire che giustizia è stata fatta, ma solo il tempo ci dirà se questa è servita a far si che nulla di tutto ciò si ripeta, se le istituzioni hanno scelto di non restare appese alla spinta propulsiva dei popoli ma di spingere con loro. Allora, forse solo allora, ci sarà vera giustizia per tutti.

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