I giovani e la partecipazione democratica: il voto ai sedicenni non basta

“Dobbiamo diventare un partito per i giovani, fatto di giovani, che si faccia carico dei loro temi”, Enrico Letta si è presentato così all’Assemblea Nazionale, e a noi tutti, nei suoi primi interventi da Segretario. I “giovani” come tema esistenziale e politico, non solo come una categoria sociale portatrice di battaglie e di esigenze. Non è certo la prima volta che un Segretario parla di coinvolgimento delle nuove generazioni (diciamocelo, lo fanno tutti, quantomeno all’inizio), ma è chiaro che se lo dice Enrico Letta, che ha passato molti degli ultimi anni faccia a faccia con centinaia di studenti, forse c’è da credere che sia la volta buona.

Accertato che le buone intenzioni ci sono, ed è già qualcosa, bisogna ora capire come passare all’atto pratico e dare voce a una generazione che per troppi anni è stata ignorata, inascoltata, trascurata, e che non può essere una “spilletta” da attaccarsi alla giacca. In un tempo in cui, davanti all’opportunità fornitaci dalla storia di dover ridisegnare un mondo post-Covid, i grandi temi dell’economia, del lavoro, dell’ambiente e dell’innovazione sono stati appaltati ai tecnici (e in cui il tema sulla legge elettorale proporzionale VS maggioritaria sembra essere passato di moda…), il Segretario ha deciso di iniziare questa sfida partendo dai diritti e dalla partecipazione: DDL Zan, Ius Culturae, e, nel caso specifico, il voto ai sedicenni.

IL VOTO AI SEDICENNI

Il tema del coinvolgimento politico e democratico dei giovani è argomento di dibattito da anni. Questi sono molto spesso considerati e giudicati (dai meno giovani ovviamente, dato che la nostra generazione ha sempre poca voce in capitolo) come apatici, disinteressati, disillusi, e, agli occhi del Segretario, vanno quindi incoraggiati fornendo loro nuovi e più vasti strumenti di partecipazione democratica quali, appunto, il voto ai sedicenni e l’abbassamento dell’età minima per il voto al Senato.

Nelle democrazie liberali il diritto di voto, insieme al voto stesso, rappresenta lo strumento decisionale più potente a disposizione dei cittadini. Di conseguenza, le discussioni sui sistemi di voto e sul diritto di voto riescono sempre ad alimentare dibattiti, ad accendere gli animi e ad attirare la curiosità di commentatori ed elettori, in quanto contribuiscono a determinare l’emancipazione dei cittadini come detentori della propria sovranità. Senza dover riportare qui le numerose e gloriose conquiste in questi campi nel corso dello scorso secolo, è tuttavia interessante notare come oggi sia raro trovare Paesi che abbiano abbassato l’età di voto sotto i 18 anni, soglia universalmente accettata come limite di partecipazione al voto (legata all’età in cui si diventa maggiorenni, altro tema cruciale che andrà affrontato se intendiamo portare avanti questa proposta) e, soprattutto, percepita come limite psicologico sotto il quale pochissimi legislatori osano spingersi. Tra questi ci sono il Brasile, l’Argentina, Cuba, l’Indonesia, mentre in Europa gli unici ad aver abbassato l’età per il diritto di voto a 16 anni alle elezioni nazionali sono l’Austria e Malta. Un esperimento interessante è stato avviato anche in Belgio, dove a inizio mese è stata approvata una legge, proposta dal partito dei Verdi, per far votare i sedicenni alle elezioni europee 2024.

Che siano stati i Verdi a proporre questa legge non sorprende affatto, dato l’oggettivo interesse dei giovani per i temi ambientali, come non sorprende che a sostenere l’allargamento della base elettorale sia, di solito, il mondo del “centrosinistra”. Il voto ai sedicenni è infatti un tema molto discusso all’interno della comunità socialista europea e mondiale, con numerosi dati che dimostrano come nei tradizionali scontri tra conservatori e progressisti le nuove generazioni scelgano questi ultimi. Ad esempio, il voto sulla Brexit nel 2016, in cui i tra gli under 24 il Remain prese il 75% dei voti, o anche le delle elezioni presidenziali USA 2020, nelle quali il 65% degli elettori tra i 18 e i 24 anni (la cosiddetta “Generazione Z”) ha votato per Biden – l’11% in più di qualsiasi altro gruppo di età.

Molte volte le scelte politiche vengono fatte tenendo in considerazione la base elettorale e il consenso derivante da esso, e l’allargamento di quest’ultima può, in questo senso, sicuramente dare nuova voce e visibilità alle giovanissime generazioni e alle loro istanze. Dopodiché dobbiamo riconoscere che si tratta di solo un paio di milioni di elettori in più, non proprio un numero che stravolgerà la politica italiana. Dobbiamo quindi riconoscere che il voto ai sedicenni può magari essere un primo segnale ma, se vogliamo veramente dare voce a questa generazione, se vogliamo realmente creare le basi per una nuova fiducia reciproca che dia risposte e risultati concreti, allora bisogna sicuramente fare di più. Da dove partire?

IL VOTO AI FUORISEDE

Sono studenti, sono lavoratori, sono cittadini che si sono spostati per motivi di cura: i fuorisede in Italia sono centinaia di migliaia e, pur avendo più di diciotto anni, non hanno lo stesso diritto di voto dei loro connazionali. In Italia viviamo in questa paradossale situazione per la quale una persona che da Napoli va a vivere a Londra può votare alle elezioni nazionali ed europee per corrispondenza, senza doversi spostare e senza dover spendere un euro. Invece, una persona che da Cagliari viene a studiare a Roma, per poter esercitare un proprio diritto fondamentale deve per forza spostarsi, perdere tempo e spendere decine di euro di viaggio. Per venire incontro a questa situazione, nel 2019, insieme alla nostra deputata di collegio, Marianna Madia, stilammo la proposta di legge “Voto Dove Vivo”, poi depositata alla Camera dove è ora ferma da più di un anno. La proposta è sostenuta da circa quaranta deputati di PD, IV, LeU e Verdi, e per la promozione di essa si è anche costituito il Comitato apartitico Voto Dove Vivo, che conta sull’appoggio di decine di associazioni giovanili e studentesche di tutta Italia. A mancare, ormai da anni, è però proprio la volontà politica da parte del nostro Partito e dei Governi (Conte I, Conte II, Draghi) di voler affrontare la situazione per porre fine a questa folle ingiustizia. Parliamo di rappresentanza e di diritti? Benissimo, si parta dai fuorisede.

RIPARTIRE DALLA SCUOLA

La partecipazione politica e l’impegno per la propria comunità, in molti casi, nascono proprio tra i banchi di scuola. È lì che ci si crea una propria idea di mondo, è lì che si viene a contatto con le prime “campagne elettorali” per scegliere i propri rappresentati di classe o d’istituto, è lì che – nei casi più virtuosi – si partecipa a progetti e gruppi che consentono allo studente di conoscere nuove persone, di fare squadra, di organizzarsi per raggiungere un piccolo o grande traguardo. È quindi dalla scuola che deve partire la volontà di incrementare la partecipazione giovanile ai processi democratici. Non basta la semplice “educazione civica” (svolta spesso di fretta, da professori che talvolta non sono esperti in materia), serve informare le nuove generazioni dei propri diritti e doveri. Altrettanto importante sarebbe fornire le comunità studentesche con campagne informative di tutto ciò che le istituzioni locali fanno per loro, dei servizi a loro disposizione, dell’assistenza che lo Stato fornisce indipendentemente che si tratti di supporto psicologico o di consultori e centri antiviolenza; perché, alla fine, la partecipazione democratica, l’attenzione alla propria comunità, nascono anche da questo. Un terzo elemento che vede al centro la scuola, e che abbiamo riportato come punto nelle Consultazioni di Enrico Letta, è quello che riguarda la nascita di Consigli dei Giovani in tutte le amministrazioni, nonché una nuova riforma dell’intero sistema di rappresentanza studentesca, dal liceo alle università, così da consentire una vera partecipazione democratica e decisionale, anche prima dei sedici anni.

L’ORA DELLE SCELTE: PARLATENE DI MENO, ASCOLTATECI DI PIÙ

Il Segretario Letta ha avuto il merito di riportare il tema della partecipazione giovanile al centro del nostro dibattito politico, ma le vere risposte dobbiamo darle innanzitutto noi nel nostro agire politico quotidiano. Noi giovani, anche dalla nostra stessa comunità politica del PD, siamo da troppo tempo descritti come mammoni, come scansafatiche, per poi passare a essere identificati unicamente con i fenomeni di mala “movida” (come più volte detto dagli amministratori locali) o, addirittura, recentemente, adessere trattati come untori. Molte volte si pretende di parlare di giovani e di giudicarli senza ascoltarci, dall’esterno, senza darci fiducia o spazi politici, come osservatori allo zoo che descrivono una specie animale dall’altra parte delle sbarre.

I giovani di oggi, però, non sono apatici o politicamente disinteressati, come invece continuano a ripeterci i “grandi”. I giovani di oggi semplicemente adottano sistemi e modi diversi con cui impegnarsi e partecipare alle grandi sfide che riguardano il bene comune inteso in senso lato. Ignorati e inascoltati per anni, consapevoli di essere la prima generazione nella storia del pianeta con prospettive peggiori di quelle dei propri genitori, si sono resi conto di dover prendere in mano la situazione per cambiarla. Basta guardare le più grandi manifestazioni di piazza degli ultimi anni: dagli scioperi per il clima alla lotta per i diritti e contro il razzismo, sono stati i giovani di tutto il mondo a riempire le piazze, a superare confini e barriere, a mettere al centro grandi temi accomunati da un grande spirito internazionale. Ma c’è di più, tanto a livello internazionale ed europeo, quanto nel nostro piccolo a livello territoriale, sono numerose le esperienze di “politica informale”, o non tradizionale; movimenti, associazioni, realtà che si battono per il contrasto all’illegalità o in favore della solidarietà, come il progetto Un Secondo per Tutti, che qui in II Municipio raccoglie 25 associazioni giovanili, 10 licei, e più di 150 volontari. Si cercano modi per fare la differenza, grande o piccola che sia non importa. La richiesta di modi con cui creare engagement è altissima, la domanda per le forme di partecipazione pure, mentre a mancare e a non fornire risposte adeguate e al passo coi tempi sono proprio le strutture organizzate, come i Partiti o i Sindacati. Diciamocelo, fare politica come la facciamo noi è impegnativo, porta via molto tempo, richiede lavoro e, molte volte, anche denaro. A questo si aggiunge poi la frustrazione della mancanza di risultati concreti e l’elevatissimo stress emotivo, al quale chi passa un po’ di tempo in una Sezione deve inevitabilmente abituarsi. Chi lavora, chi fa altre attività per pagarsi gli studi, queste disponibilità non le ha, e questo ci pone nella rischiosissima condizione per la quale la politica di partito diventa un hobby per ricchi e fortunati. Perché i giovani non scelgono i partiti? Perché molto spesso non si sentono rappresentati da essi, li vedono come luoghi chiusi, senza una chiara identità tanto da essere disposti ad alleanze con chiunque, luoghi in cui prevalgono dinamiche obsolete, ipocrisia, e sempre gli stessi personaggi.

Un anno fa di questi tempi ci dicevamo che nulla sarebbe stato più lo stesso e che ne saremmo usciti migliori. Oggi quella fine sembra intravedersi e all’orizzonte ci sono spiragli di luce, ma ora servono scelte radicali e di grande discontinuità, anche nel mondo dei diritti e della partecipazione democratica. Il voto ai sedicenni può aiutarci in questo senso? Sì, forse, ma ciò che è certo è che non basta. Serve una nuova spinta a 360°, una nuova fiducia reciproca che abbatta pregiudizi e presunzione, e che ricucia l’enorme spaccatura che ha allontanato le generazioni invece che unirle. Enrico Letta ci ha lanciato la provocazione alla quale ora devono corrispondere risposte politiche, ma il vero coinvolgimento generazionale può solo partire dalle azioni quotidiane di noi tutti, di tutte le età. Con la consapevolezza che poche cose come lo sporcarsi le mani e il contribuire al cambiamento con le proprie azioni generano passione, partecipazione e amore per la nostra comunità.

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