Serve ancora il Partito Democratico?

Giovedì scorso, non all’improvviso, Nicola Zingaretti si è dimesso da Segretario del Partito Democratico con un post su Facebook. Le motivazioni ricalcano quelle dei suoi predecessori: la continua contrapposizione delle correnti interne ha intorbidito il dibattito politico dentro e fuori il partito. La vergogna, che prova l’ex segretario, è inopportuna e sembra la scusante per una mancata capacità di governare i processi di questi anni difficili.

Nei quattordici anni di vita del partito abbiamo sentito più volte questi discorsi, seguiti da preghiere accorate nella speranza della venuta di un Papa Nero a salvare la situazione drammatica. Quello che però non ci diciamo, anche con poca obiettività, è che le correnti sono il bene e il male per chiunque voglia fare il Segretario. Sono state le correnti, da Bersani a Zingaretti, passando per Renzi, a fare il bello e il cattivo tempo, a sostenere le candidature e indirizzare le primarie. Ma discutere sull’utilità o meno delle correnti non è lungimirante, anzi molto spesso nasconde la volontà di una nuova corrente (o di una vecchia in decadenza) di ritornare al potere. Insomma, uno scambio di potere e di ruoli, tutto a vantaggio dello status quo. A scanso di qualsivoglia equivoco, ogni corrente ha avuto un ruolo di potere negli ultimi anni, con l’eccezione di qualcuno che riesce a rimanere sempre, saldamente, al comando.

Le dimissioni di Zingaretti aprono, dunque, la solita fase di ritiro meditativo della classe dirigente, che nonostante venga accusata di essere la causa del “segretaricidio”, a volte a ragione, deciderà il prossimo Segretario, reggente in questo caso. Questa solfa non farà altro che allontanarci ancora di più dal “Paese reale” e le ospitate in programmi televisivi popolari non riusciranno a riavvicinarci a nessuno, anzi risulteremo sempre di più quello che un po’ siamo diventati, un partito che ha senso solo se governa.

Dal 2011 a oggi il Partito Democratico ha governato sempre, eccezion fatta per i 16 mesi del Governo Conte I, e lo ha fatto con tutti, tranne che con Fratelli D’Italia, sintomo di una malattia ormai in stadio avanzato. Ma sono proprio quei sedici mesi, di non governo, a ricordarci come all’opposizione non abbiamo avuto un senso, non riuscendo a incidere su nessun tema, non riuscendo a portare avanti una battaglia unitaria, rimanendo totalmente assuefatti dal governismo.

Ha, dunque, senso questo Partito Democratico?

In queste condizioni “NO”, e il problema non sono le correnti, ma è la scarsità di coraggio e la poca voglia di affrontare temi dirompenti e preminenti. Non facciamo altro che pacificare il dibattito pubblico senza una visione lungimirante, senza una vera idea di futuro, rimanendo senza un’identità e senza un popolo. La verità non detta di questi giorni, ma questa più forte di ogni altra cosa, è la folle paura di tutti i dirigenti di perdere il proprio piccolo orto di potere. Siamo ostaggio di strateghi lunatici, che credono che il mondo si sia fermato al 2006 e alla Coppa del Mondo alzata sotto il cielo di Berlino. Abbiamo bisogno di affrontarci, di rinnovarci e di cambiare davvero, anche durante questi momenti difficili.

Bisogna avere il coraggio di dircelo chiaramente, senza accuse pregiudiziali, di uscire da questa ambiguità e smettere di nasconderci dietro le correnti (degli altri). Raccontiamoci seriamente dove vogliamo andare, cosa vogliamo fare, non solo adesso con l’emergenza sanitaria ed economica, ma soprattutto dopo; incominciamo a ridisegnare una prospettiva di futuro vero, senza mettere a tavolino le alleanze strutturali con chicchessia. Il lavoro che cambia, un salario minimo, la parità di genere, una nuova politica di redistribuzione, l’attenzione vera e concreta al global warming. Insomma, decidiamo dove andare, decidiamo anche se il Partito Democratico serva ancora.

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