La sinistra e la debolezza delle istituzioni

Complessivamente, si può dire che siano due le chiavi di lettura attraverso cui poter leggere la recente crisi di Governo: una strettamente politica, legata ai rapporti di forza presenti nel Paese, l’altra, forse ancora più complessa, di natura politico-istituzionale.

Anzitutto, si può osservare che, se fino a due settimane la strategia di Renzi sembrava incomprensibile e forse addirittura irrazionale, dopo gli ultimi sviluppi appaiono evidenti quali fossero i reali obiettivi del Senatore. In primo luogo, è evidente che non fosse solamente in discussione l’efficacia o meno del Governo Conte II, ma proprio la prospettiva che si stava andando a delineare: una nuova alleanza di base, seppur con molti limiti e contraddizioni, socialdemocratica ed europeista alternativa al centrodestra. Alleanza che stava raccogliendo un certo consenso attorno alla figura “di equilibrio” che, inaspettatamente, Conte era riuscito a ricoprire. Ad ogni modo, proprio il tentativo di formare una nuova “sinistra di governo” è stato, per l’ennesima volta, sconfitto, o quantomeno indebolito. Renzi ha lucidamente lavorato per questo e per portare l’asse politico del Paese in direzione di un nuovo centro-destra liberale e moderato, ma è abbastanza condivisa l’idea che la sua strategia favorirà anche la destra sovranista composta da Salvini e dalla Meloni. Inoltre, la composizione del neonato Governo Draghi riflette la sconfitta anche culturale della sinistra: 15 uomini e soltanto 8 donne, tre ministeri su 4 al nord Italia (di cui ben 9 alla Lombardia), con la Lega che va a ricoprire ruoli essenziali – attraverso, per esempio, la nomina di Giorgetti al Ministero dello Sviluppo Economico – e con tanti tecnici nelle posizioni realmente di rilievo. Il Partito Democratico ha subito completamente la strategia renziana, non riuscendo a smarcarsi o a porre dei paletti in un momento in cui la possibilità di contare qualcosa e di poter influire sulla politica di Draghi sarebbe vitale. Rimane così aperta la questione su quella che sarà la strategia futura della sinistra, che non si comprende con quale programma e credibilità potrà presentarsi prima o poi alle urne dopo aver governato con la Lega in un contesto in cui, almeno sulla carta, il suo peso specifico risulta estremamente ridotto.

Se sul piano politico si avverte facilmente la disfatta della nostra area, è più difficile considerare la situazione dal punto di vista politico-istituzionale. Sicuramente, esce ancora una volta rafforzata la figura del Presidente della Repubblica: ormai sempre più – secondo una tendenza che già Napolitano aveva fatto sua – non solamente un arbitro e un garante della costituzione, ma anche una viva espressione del potere esecutivo diretto. Tuttavia, il protagonismo di una figura un tempo ritenuta detentrice di un potere più formale che sostanziale non può che aprire nuove domande sul funzionamento del nostro Stato e sulla tenuta effettiva del sistema parlamentare. Infatti, questa crisi pandemica ha messo in evidenza molte contraddizioni irrisolte del sistema politico-istituzionale, come il sempre più conflittuale rapporto tra Stato e regioni, il tema della stabilità governativa e la necessità di una radicale riforma dei partiti. Tutti temi che costituiscono il “corpo” della nostra democrazia e che proprio la pandemia ci ha mostrato quanto siano fattori importati nei momenti decisivi del Paese.

Purtroppo, su questi temi a sinistra si registra una linea politica tendenzialmente o subalterna a quella di altri partiti – si pensi alla posizione del PD nei confronti dell’ultimo referendum sul taglio dei parlamentari – oppure del tutto conservatrice, in una sorta di difesa a tutti i costi del sistema parlamentare e istituzionale così come si presenta attualmente, non curandosi della sua inefficacia e del suo superamento, de facto, dal sempre crescente – e per lo più  acriticamente lodato – potere diretto del Presidente della Repubblica.

Probabilmente, invece, trincerarsi in una posizione conservatrice e non porsi il problema dell’efficienza del sistema politico-istituzionale, della stabilità governativa e della riforma del Titolo V, rischia di essere estremamente miope. Anche perché, se non saremo noi a occuparci di questi temi, prima o poi ci penserà la destra e anzitutto in direzione di un’ulteriore regionalizzazione dei servizi essenziali che dovrebbe garantire lo Stato. Si aggiunga che continuare a dare spazio alla narrazione secondo cui l’unico problema del Paese è dato dall’assenza delle mitologiche “competenze” della classe politica è proprio ciò a cui non può ridursi la sinistra in questo momento.

Affrontare fino in fondo queste questioni e porsi l’obiettivo della ricostruzione di nuove sintesi sociali in grado di partecipare attivamente al cambiamento del Paese significherebbe non soltanto ridare senso e protagonismo alla sinistra in Italia, ma anche superare alcune delle difficoltà che bloccano la politica ormai da decenni.

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