Libero mandato e partiti

Durante l’ultima crisi di Governo abbiamo visto i partiti della maggioranza che sosteneva il “Conte Bis” adoperarsi per cercare dei possibili ‘’responsabili’’ a sostegno di un possibile governo “Conte Ter”. Per contro, più esponenti dell’opposizione si sono affrettati ad additare gli stessi come opportunisti in cerca di poltrone, nel frattempo, fra l’opinione pubblica e i giornalisti, si faceva largo la voce di coloro che chiedevano un freno al libero mandato. Ma che cos’è il libero mandato? Perché oggi in Italia non esiste un vincolo che leghi i parlamentari alle forze politiche nelle cui fila sono stati eletti?

Secondo all’Art 67 della Costituzione: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.

Quando si discute di divieto di mandato imperativo, sembra di parlare della semplice posizione del parlamentare all’interno del gruppo al quale appartiene, ma in realtà a entrare in gioco è il ruolo nel meccanismo politico-costituzionale dell’assemblea della quale è membro, nel nostro caso il Parlamento. Nelle assemblee precedenti la Rivoluzione francese, composte da delegati dei vari territori, i poteri dei rappresentanti erano regolati da un mandato nel senso giuridico-privatistico del termine; essi erano, in sostanza, tenuti ad attenersi alle istruzioni ricevute dai luoghi che rappresentavano, con il risultato che, ogniqualvolta il re sottoponeva loro una questione non gradita, opponevano la mancanza di indicazioni per interrompere i lavori e impedire l’assunzione delle deliberazioni. Così, già a partire dalla Rivoluzione francese, fu chiaro che per avere un’assemblea forte e indipendente, capace di essere al centro del meccanismo istituzionale quale organo costituzionale, era indispensabile svincolare i membri del Parlamento da un rapporto di rigida dipendenza da coloro che li avevano eletti, rendendoli pienamente liberi di operare in un  luogo di composizione e mediazione delle diverse istanze e, quindi, inevitabilmente, di compromesso, in nome delle esigenze ulteriori e superiori dello Stato unico e pluralista.

Il principio del libero mandato è stato trasmesso nel tempo e recepito dalle Costituzioni di tutti i Paesi democratici, compresa la Nostra, dato lo stretto legame con il ruolo che assegna al Parlamento.

Ma, allora, come conciliarlo con un’esigenza di stabilità ideologico-sistematica, necessaria per gli equilibri parlamentari e sentita fortemente nell’opinione pubblica?

La nostra Costituzione aveva dato una risposta chiara. È infatti in relazione a un altro articolo, l’Art 49, che si comprende la coerenza sistemica e funzionale della norma. L’ articolo pone i partiti al centro del meccanismo politico-costituzionale: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

Sono quindi i partiti, quali corpi intermedi, a dovere fare da collante fra i vari eletti, attraverso programmi che gli stessi concorrono a creare e che quindi dovrebbero rispettare, almeno nella stragrande maggioranza dei casi. Per molti anni è stato così, c’è stato un vero e proprio “mandato imperativo di partito”, che ha conciliato le esigenze di indipendenza in assemblea e legame con gli elettori.

Il problema non è allora la Costituzione, non è neanche il libero mandato, il problema è, oggi più che mai, in maniera evidente, la crisi della rappresentanza.  La nostra Costituzione, concepita in un tempo di partiti forti, li individuava come centro e motore del meccanismo politico-costituzionale. Oggi il motore sembra non funzionare più. Sarà allora difficile per la macchina continuare ad andare avanti e rischiamo di restare fermi e non ripartire più. Di questa crisi si parla ormai da anni, ma manca ancora una reale soluzione al problema. Certo preoccupa la prospettiva di avere una futura classe politica priva di un’adeguata formazione in tal senso. Senza un sistema di reclutamento e formazione politico-amministrativa, rischiamo di avere rappresentati e amministratori sempre meno in grado di affrontare le difficili sfide che gli si porranno davanti, facilmente inclini ai cambi di casacca senza ideali e senza valori. I giovani di oggi faticano a trovare una visione comune nella quale identificarsi, una casa che li accolga e li formi quali gruppo politico e dirigente. Nel frattempo, intere categorie sociali, frutto dei mutamenti economici degli ultimi anni o reduci delle vecchie categorie novecentesche, sono prive di un punto di riferimento politico; per questo nelle competizioni elettorali si affidano a partiti, movimenti, gruppi, leader, che sembrano essere acqua nel deserto, ma si rivelano spesso solo un miraggio. Allora, ciò che oggi più che mai serve è il ritorno della Politica, una politica che affronti il presente, ma guardi con coraggio al futuro, una politica che formi politici, in grado di coltivare e rafforzare l’eredità democratica che riceveranno, in una prospettiva di rigenerazione progressista indispensabile per la conservazione e lo sviluppo della vita democratica del nostro Paese.

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