Bentornato Governo Tecnico

“Hai avuto un’altra uscita incongrua, Franco. Perché c’è solo la politica”. Parlava così Giulio Andreotti (Toni Servillo) al suo fido braccio destro Franco Evangelisti (Flavio Bucci) ne Il Divo di Stefano Sorrentino. Può essere vero, ma a ripensare oggi, forse qualche dubbio può sorgere, in un periodo storico in cui il primato della politica ha vacillato, trovandosi poi nella (forse) naturale conseguenza dell’alternativa, il modello tecnico avente un carattere apolitico, poiché si scelgono figure non contraddistinte da un’appartenenza a uno schieramento ovvero un altro, prediligendo l’aspetto super-partes connotato da una particolare conoscenza in uno o più ambiti.

Ma perché arrivare a questa scelta? Andiamo per ordine.

Premessa: durante una fase di pandemia globale, accostata a una crisi economica, in cui sono emersi tanti problemi rimasti (totalmente o parzialmente) celati (si veda gestione della sanità, della scuola, il rapporto Stato-Regione), si entra in una crisi politco-istituzionale nella quale il problema di fondo sembra essere sempre lo stesso: non si trova la maggioranza in Parlamento.

Svolgimento: una volta innestata la crisi di Governo, dopo un primo giro di consultazioni nella quale una soluzione sembra esserci, ma molto sfocata, il capo dello Stato decide di affidarsi alla politica, con un mandato esplorativo a Roberto Fico. Il mandato, incentrato sul verificare la presenza o meno di una maggioranza in vista di un Conte-ter, è un fallimento. Parte da un incontro sui partiti per cercare di costruire un programma di governo (in tempi passati si sarebbe parlato di contratto di governo), ma di fatto emerge una diversità di vedute che fino a quel momento un’alleanza di governo e una pandemia avevano celato, dimenticandosi che, prima dei DPCM e dei lockdown, quella maggioranza già stava scricchiolando in vista del voto sulla prescrizione di Buonafede, salvata “in corner” dal richiamo ad un’unità comune. A questo si aggiunge l’altro tema di scontro: i nomi, il gioco dei veti, condito da un mix di “non siamo impuntati contro Conte”, ma di fatto lo si è, a un “solo con Conte”, come se non esistesse più la capacità di trovare un altro nome, se non al di fuori del professore di Firenze. Ed ecco, quindi, la macchina di Fico (un tempo sarebbe andato a piedi, come cambia il populismo) dirigersi al Quirinale per comunicare la capo l’esito fallimentare di una missione che già dall’inizio non prometteva bene.

Conclusione: di fronte a quello che qualcuno ha definito come la morte della politica, con uno stallo completo in cui ciascun partito è arroccato nei propri castelli (o sedi) e lancia accuse, si erge su moralismi e tenta il gioco di forza, si apre la scelta tra il voto e il governo tecnico. Il rischio per il voto è dato dal periodo: chi si accolla il rischio di organizzare un’elezione, con campagna elettorale annessa, in piena fase pandemica? Su questo ci sono due punti da sottolineare; in primis, qualcuno sostiene che all’estero come in Italia vi saranno tornate elettorali, dimenticando che gran parte di queste nascono da una scadenza naturale dei mandati, e quindi dalla necessità di dare una legittimità a chi dovrà prendere decisioni (delicate). Poi, siamo davvero certi che post elezioni non si crei una nuova fase di stallo, come nel 2018? Ecco, forse ci troveremmo punto e a capo. La scelta, perciò, di un governo tecnico, pare quella più ragionevole. È quella più saggia in una fase di crisi sanitaria, economica e sociale, pur attestando la morte della politica, che in questo periodo ha rallentato sempre più il processo decisionale, nella fase più delicata da gestire.

In bocca al lupo a Draghi, bentornato governo tecnico.

About Francesco Paolo Volpe

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *