Al via il maxiprocesso alla ‘Ndrangheta

il terremoto giudiziario si abbatte sulla criminalità calabrese

La Calabria è terra funesta: la recente crisi politica, determinata dalla prematura scomparsa della Presidente Santelli e dalla presidenza in pectore del vicegovernatore Spirlì, si è aggiunta alla crisi sanitaria (la sanità calabrese è commissariata da un decennio), culminata con le dimissioni del commissario ad acta Cottarelli. La regione più povera d’Europa e maglia nera nelle statistiche nazionali in termini di tasso d’occupazione è terra di ‘ndrangheta, a ora la più potente organizzazione criminale al mondo, con un “PIL” di svariati miliardi, diramazioni e rapporti in tutti i continenti.

La Calabria è terra di speranza: la lotta al cancro rappresentato dalla ‘ndrangheta è una guerra totale che coinvolge scuole, imprenditoria, società civile e associazioni (è questa la sede per ricordare eroi che ci hanno lasciato lottando contro la mafia come Valarioti, Cosmai, Scopelliti e Fortugno); la procura distrettuale antimafia di Catanzaro è capofila in questa guerra senza quartieri.

Nello scenario di incertezza sopra descritto, lo scorso 13 gennaio la procura antimafia, guidata dal Procuratore Nicola Gratteri, ha sferrato un durissimo colpo alle ‘ndrine. Le misure di sicurezza sono imponenti nella zona industriale di Lamezia Terme, dove in appena sei mesi è stata ricostruita un’aula bunker; all’apertura del Maxiprocesso alla ‘ndrangheta (così è stato ribattezzato per l’eccezionalità delle misure e per il numero di indagati) sono presenti il Ministro della Giustizia Bonafede e il Presidente della Commissione Antimafia Morra, oltre a una coltre di giornalisti provenienti da tutto il mondo. La seduta si apre in un clima teso: da una parte l’ottenuta ricusazione della Presidente della sezione penale di Vibo Valentia, Tiziana Macrì, richiesta dalla Dda, e dall’altra il divieto imposto dai giudici alle riprese video del processo, hanno mosso le prime critiche. Si apre il dibattimento tra la Dda di Catanzaro, guidata da Nicola Gratteri e i PM Antonio Bernardo, Annamaria Fustaci e Andrea Mancuso, e i 325 imputati, che devono rispondere a vario titolo dei 400 capi d’imputazione contestati, riguardanti associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione, detenzione di armi, narcotraffico, rapina, usura, danneggiamento, concorso esterno in associazione mafiosa, intestazione fittizia di beni, tentato omicidio e omicidio. 913 i testimoni tra polizia, carabinieri e guardia di finanza, 5 testimoni di giustizia e 58 collaboratori di giustizia appartenenti alle ‘ndrine calabresi, alla sacra corona pugliese e a cosa nostra, tra i quali spicca il nome di Gaspare Spatuzza, esecutore della strage di via D’Amelio. Anche nel suo svolgimento, il Maxiprocesso alle ‘ndrine sembra somigliare, almeno nelle sue fasi genetiche, a quello a cosa nostra del 1986, che tra ricorsi, rinvii e richieste di ricusazioni, ha preso il via lentamente ma inesorabilmente.

Questo processo è il frutto dell’attività investigativa e del sacrificio quotidiano di eroi quotidiani. L’augurio è che, a 35 anni da quello che ha messo fino allo strapotere di cosa nostra, questo processo possa avere gli stessi effetti, mettendo fine a questo oscuro morbo che dilania una regione che da troppi anni attende un riscatto sociale.

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