Un mostro chiamato Patrimoniale

Negli ultimi giorni, dentro un anno orribile, ha preso forma una nuova patrimoniale. A tanti saranno tremati i polsi, ma in realtà l’emendamento a firma di Fratoianni e di Orfini è destinato al cestino. Contro questa iniziativa si è schierato tutto l’arco parlamentare, dal populismo sovranista di Salvini e Meloni, fino al Grande Centro di Italia viva e Forza Italia, passando per Luigi Di Maio; lo stesso segretario del PD si è smarcato da questa proposta, definendola “una libera iniziativa”, per fortuna aggiungerei.

Arco parlamentare incitato dalla stampa liberal, che descrive questo emendamento, a una legge di bilancio di oltre 39 miliardi, come il colpo di grazie al “ceto medio”.

In realtà l’emendamento, che abolisce l’Imu sulla seconda e l’imposta di bollo sui conti correnti e sui titoli per tutti, è una microtassa dello 0.2% a chi ha un patrimonio netto di oltre 500mila euro. Mentre si spaventano gli italiani, i numeri raccontano che un provvedimento come quello proposto riguarderebbe una quota decisamente minoritaria dei cittadini. Da un’indagine fatta dalla Banca d’Italia, questa “patrimoniale” toccherebbe solo una famiglia su 10. Questi dati comunque sono facilmente riscontrabili, basti pensare che il valore catastale delle case in Italia è pari circa a 165mila euro, che è circa un terzo di quello di mercato. Insomma, per avere un immobile da 500 mila euro al catasto, dovrebbe valere circa un milione e mezzo di euro sul mercato; un ceto medio difficile da immaginare, a questo punto.

Ma cos’è veramente una “Patrimoniale”? Ce lo chiarisce l’etimologia; il termine indica un prelievo basato sul patrimonio, cioè sul complesso dei beni posseduti (case, risparmi, titoli, e così via), e non sul reddito guadagnato (sia composto di salario, rendite immobiliari o finanziarie). Questo a prescindere dalla sua progressività – e cioè che chi è più ricco paghi di più non solo in termini assoluti, ma in proporzione alla capacità contributiva.

Infine, dunque, l’emendamento ci segnala che abbiamo bisogno di una riforma fiscale, capace di riequilibrare il peso delle imposte a favore dei molti. Questo è il nostro obbiettivo, perché in Italia la quota dei profitti sul reddito nazionale è in costante crescita e le eredità e la ricchezza pesano sempre di più. Dunque, al sacrosanto principio della progressività deve affiancarsi uno spostamento del peso del fisco dal lavoro alle rendite e alla proprietà.

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