Non importa che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli

È lampante agli occhi di tutti, in questi giorni più che mai: il calcio non è solo 22 uomini (o donne) in calzoncini che rincorrono un pallone. Siamo di fronte, forse più che per molti altri sport, a uno dei più grandi fenomeni di aggregazione sociale mondiale, capace di unire popoli, culture, etnie. Il calcio è e sarà sempre anche un modo per sognare una vita migliore, lontano dalle strade, dalle baraccopoli di tutto il mondo, dove bastano un pallone di pezza e un muro per sentirsi come al Camp Nou. Per sentirsi come Diego, che da una di quelle strade è partito, per poi trovarsi a calcare i più importanti palcoscenici del calcio mondiale.

Non stupisce, dunque, che la morte di Maradona abbia avuto un impatto sociale devastante. Il talento del ragazzo di Lanús non si discute: ciò che Diego era in grado di fare con un pallone tra i piedi, il 90% degli esseri umani non riesce neanche a immaginarselo. Lo piange il mondo e lo piange la sua Napoli. Quella Napoli che grazie a Maradona si è trovata al centro dell’attenzione mediatica, finalmente non per fatti di cronaca o storie di malavita; la stessa Napoli che durante la semifinale dei Mondiali del 1990 è arrivata a tifare contro la propria nazionale, pur di rimanere fedele al proprio Oro. Una Napoli che in questi giorni si è riversata nelle strade per rendere omaggio al proprio campione. L’ha fatto essendo zona rossa, con 3000 casi di Covid al giorno, generando, inevitabilmente, assembramenti. Sì, perché Diego Armando Maradona è morto a 60 anni, ha fatto parlare di sé per almeno 40 e continuerà a farlo forse per sempre.

La figura di Maradona è sempre stata al centro del dibattito, sportivo e no; tanto sublime in campo quanto sconsiderato fuori. Fatti salvi i discorsi sui suoi problemi con alcool e droghe (si parla pur sempre di dipendenze), Diego ha vissuto una vita sregolata per gran parte della propria esistenza, allontanandosi, e non di poco, dallo stereotipo dell’uomo modello. Problemi col fisco, problemi con la legge, amicizie con personaggi dalla dubbia moralità, questi sono alcuni dei motivi che lo hanno reso allo stesso tempo uno degli uomini più amati e odiati della storia del calcio.

Passeremo per moralisti, per eretici, ma non si può dire che Maradona dia una bella immagine dello sport. Indipendentemente dai suoi problemi extra-campo, l’uso di sostanze proibite (che interruppe bruscamente il suo percorso a Usa ’94), il goal di mano realizzato in un quarto di finale di Coppa del Mondo, non lo rendono l’esempio migliore da presentare a un giovane o una giovane che si avvicinino al mondo del calcio. Eppure, anziani e bambini, donne e uomini, destra e sinistra, tutti hanno pianto la morte di Maradona come si fa per un amico o un parente. Gli si è perdonato tutto, perché Dio gli ha dato in dono un talento fuori dal comune. Che sia giusto o meno non spetta a noi dirlo.

Va detto, però, che in un momento storico come questo, in cui centinaia di persone muoiono ogni giorno nell’indifferenza dei più, in cui il nostro Pianeta accusa quotidianamente i colpi inesorabili del cambiamento climatico, fa riflettere come tutti gli organi di informazione, dai social ai telegiornali, dalle radio alla carta stampata, abbiano concentrato la maggior parte delle proprie attenzioni sulla scomparsa di un uomo dal profilo così controverso. Fa ancora più riflettere il fatto che la notizia abbia finito per monopolizzare il palinsesto di quella RAI che, in quanto tv pubblica di Stato, dovrebbe favorire la divulgazione delle informazioni nel modo più completo possibile, senza piegarsi a logiche di mercato e audience più affini a emittenti private come, per dirne una a caso, Mediaset. Purtroppo, è innegabile che, per quanto presenti ancora qualche picco di eccellenza, la metamorfosi dell’emittente di viale Mazzini assuma forme ogni giorno più preoccupanti. Basti pensare che è stata “Mamma RAI”, e non la televisione del paladino del sessismo, Silvio Berlusconi, a trasmettere, a meno di 24 ore dalla giornata contro la violenza sulle donne, un aberrante servizio sul “come fare la spesa in modo provocante”.

Tornando a Maradona, celebrarlo è più che legittimo, forse sono stati i modi e i tempi, soprattutto da parte di determinati enti, a far storcere un po’ il naso. La speranza è che il clamore di questi giorni serva ad attestare una volta per tutte quanto lo sport sia importante nella formazione e nella cultura di massa, mostrandolo finalmente per quello che è, e non come un passatempo per uomini e donne annoiati. Magari fornendo a chi verrà altri modelli, “migliori” sotto certi punti di vista, riscoprendo figure che troppo a lungo sono rimaste nel dimenticatoio. Ci viene in mente Árpád Weisz, che prima di rappresentare ciò che rappresenta a livello storico e culturale, è stato un maestro della panchina, un genio della tattica, il quale per ricevere forse un decimo della notorietà che si merita, ha dovuto attendere 50 anni e la sapiente penna di Matteo Marani, probabilmente uno dei più grandi giornalisti sportivi in attività.

Resta il fatto che oggi Diego Armando Maradona è sulla bocca di tutti. Su quella di chi lo ha amato, che lo piange e non se ne fa una ragione, e su quella di chi l’ha odiato, che condanna questa scelerata idolatria del singolo. Diego ha raggiunto, ancora una volta, il proprio obiettivo: come in campo era in grado di far parlare il pallone, oggi tutti parlano di lui, tutti, nessuno escluso, parlano di Fútbol.

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