El futbolista

Per molto tempo il calcio in Sud America, soprattutto, non ha avuto lo stesso valore che ha avuto in Europa. Valore poi scomparso ovunque, perché è diventato un postribolo dove si conta di fare tanti soldi. Nell’America Latina, che va da Buenos Aires a Rio De Janero, passando da Rosario e da Sao Paolo, il calcio, o meglio, El Fútbol non è stato soltanto uno sport con 22 persone a correre appresso ad un pallone, ma un fatto sociale tra i più complicati. Uno strumento attraverso i quali milioni di poveri ed emarginati hanno elevato la loro posizione. Ma questo riscatto sociale non è mai stato dentro una dimensione individuale. Ogni singolo grande campione sudamericano, da Maradona a Zico, da Pelè a Romario, ha portato insieme al suo talento la memoria delle offese umane ricevute, il grido di dolore della propria comunità.

In Europa, per trovare condizioni simili a quelle sudamericane, bisogna risalire all’inizio del ‘900 tra Manchester e Liverpool, due città fortemente rivali per via della crisi economica del periodo, dove il football non era solo un passatempo da borghesi annoiati, ma un punto centrale della vita sociale della working class.

Le stesse condizioni, anche se con tratti molto più sudamericani che britannici, si sono ripetute nel 1984 a Napoli con l’arrivo di Maradona. Diego proveniva da Barcellona e ci sarebbe spazio anche qui per aprire un altro capitolo, dove il calcio si innalza a simbolo di resistenza verso una dittatura fascista come quella di Franco.

Certamente Maradona non è stato l’unico, potrei ricordate “Il Dottore”, all’anagrafe Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira, per tutti Sócrates, capitano e bandiera del Corinthians, squadra di San Paolo del Brasile che sperimentò la “democrazia corinthiana” che tanti problemi diede alle avversarie sul campo e alla dittatura militare che comandava in Brasile tra il popolo.

Ma Maradona è stato il migliore. Si potrebbero ricordare tutti i problemi fuori dal campo, non dimenticare nessuno di questi errori, ma comunque questi non toglierebbero una linea dalla sua grandezza. Maradona non ha mai smesso di dare voce agli ultimi, agli emarginati, non ha mai smesso di prendere posizioni politicamente scomode, nonostante la sua grandezza gli consentisse di restarne fuori; forse, per questo era, ed è, la cosa più vicina alla definizione di “popolo”. Diego era Diego in mezzo al fango di Villa Fiorito e, vestito di tutto punto, alla consegna del Pallone d’oro a Parigi, era esattamente sé stesso senza remore, un’anima rivoluzionaria che non voleva essere un esempio, come ripeteva lui stesso. Però il calcio è cambiato, è cambiato anche in Sud America, così come è cambiato molto tempo fa in Europa: non ha più un’anima rivoluzionaria, non è un simbolo di riscatto di una comunità, è sempre di più una scalata solitaria, dove la legge di Darwin fa vincere pochissimi e fa perdere tanti, se non tutti.

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