Il teatro della vita

La morte di Gigi Proietti ha deciso di manifestarsi in un momento molto particolare delle nostre vite, un momento in cui abbiamo a nostra disposizione un enorme quantità di tempo, mentre tutto quello che ci circonda è fermo, in cui possiamo annidarci nei nostri pensieri migliori (e peggiori). Sono tempi duri, indubbiamente, e in questa loro durezza ci costringono a riflettere anche più del dovuto riguardo a noi stessi e al valore che diamo alle cose. Il valore che diamo alla cultura e all’arte, per esempio.

Abbiamo vissuto secoli immersi nella bellezza (e continuiamo a viverci), tanto che alla fine ci siamo abituati, abbiamo iniziato a prenderla come cosa ordinaria, che sta lì passiva e inerme mentre noi ce ne dimentichiamo. È incredibile. Viviamo in un paese con un patrimonio culturale e artistico senza paragoni, abbiamo avuto il privilegio e l’onore di vivere l’arte di personaggi illustri, di una bellezza unica e di un’umanità che si va sempre più perdendo. Eppure, ce li dimentichiamo, o meglio, non gli rivolgiamo le attenzioni che meritano. Proietti era senza dubbio un esempio sublime di arte e umanità purissima., era la certezza dell’Italia, di Roma; una di quelle persone che tutti conoscevamo amavamo senza alcun contegno. Ci univa, no?

Un personaggio che personalmente pensavo potesse non morire mai. Era così importante, così unico, un gigante tale, che nella mia mente e in quella di tanti altri, era destinato a vivere per sempre. A rimanere sempre tra di noi e mantenere vivo il suo teatro.

Tale questione implica due pensieri di non poco conto. Da un lato, questa mia (non solo) personale visione mi ha portato a dare per scontato un artista così. Il pensare che sarebbe rimasto per sempre me lo ha fatto mettere in un cassetto. Dall’altro, la stessa si è tradotta in un meccanismo di difesa: il pensare che l’arte e gli artisti possano vivere per sempre e sopravvivere alla morte, mi rende libera. Mi fa credere nel mondo, mi fa comprendere la bellezza e si rivela essere un rifugio. Sin da quando ero piccola ho vissuto la cultura e in particolare la letteratura e l’arte come un personale antro in cui nascondermi. Possedevo le parole degli altri come fossero le mie, alla ricerca della mia storia, come chiunque. Con il passare del tempo ho iniziato a trovare anche parole unicamente mie per potermi spiegare e raccontare agli altri (e per fortuna questo sarà un viaggio lungo tutta una vita).

De André scriveva che gli artisti sono gli anticorpi della società. Sono la nostra difesa. Quando ne viene a mancare uno, ci chiediamo se saremo più fragili da quel momento in poi. E sì, saremo più fragili, inciamperemo anche in nuove crisi, ma è proprio questo il bello dell’arte. Il riuscire a fare della crisi, delle fragilità, dell’instabilità dell’uomo, della sua incompletezza, una bellezza eterna destinata a superare sempre la materialità.

Come detto all’inizio, questo è un periodo complesso. Siamo tutti sulla stessa barca, eppure ci sentiamo tutti a modo nostro. C’è chi vive la pandemia in un modo e chi in un altro, e in un certo senso questo ci fa sentire estremamente soli. Perché abbiamo come la sensazione di non poter essere compresi da nessuno, che il nostro male sia solo il nostro. Ho sempre pensato che questo meccanismo sia tipicamente usato per difenderci dalla possibilità di rialzarci, perché insomma rialzarsi affatica ed è difficile. Quindi si fa prima a sentirsi unici e soli nel proprio dolore e annichilirci dentro. Non è sbagliato, è umano, e nella sua umanità va tutelato e compreso.

Comunque, questo periodo è difficile, non c’è altra parola per descriverlo probabilmente. Personalmente mi commuove il fatto che ultimamente sto riallacciato i contatti con persone che mi erano mancate e che non sentivo da tanto e sto iniziando a espormi di più con persone che non conosco quasi per niente: perché? Perché non abbiamo prospettive e abbiamo bisogno delle persone. Perché viviamo un momento di pausa per cui sappiamo poco e niente del futuro (soprattutto noi giovani) e tutto quello che facciamo spesso ci sembra sospeso nel tempo, e non ne vediamo l’utilità. Ed è in questa crisi e instabilità che cerchiamo un antro in cui rifugiarci, ed ecco che spuntano fuori persone che di cui ci eravamo dimenticati, con cui vogliamo solo parlare, per quanto sia difficile.

Riflettendoci, mi sono accorta che questa è l’unica cosa bella della pandemia. Personalmente il primo lockdown l’ho vissuto piuttosto male, non trovando una via d’uscita, con l’ansia a farla da padrona.
Ora, seppur le prospettive del domani non siano allettanti, ho capito che quello che serve è trovare questo rifugio per cui anche se tutto crolla, si può comunque respirare. Che bene o male, per tornare all’inizio di tutto, è la stessa cosa che fa l’arte. E il bello è che vale per la vita, non solo in situazione di pandemia.
A me ci è voluta una epidemia globale per capirlo, pensate voi!

About Agnese Crivaro

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *