Com’è cambiato il terrorismo?

In questi ultimi anni l’Europa (possiamo dire in generale l’occidente) è entrata in una nuova e terza era del terrorismo. L’attentato di Vienna dello scorso 2 novembre è stato il primo in Austria dopo ben 40 anni. Vienna, città che conta più di seicentomila immigrati islamici, è un nuovo tassello tra le città europee colpite negli ultimi anni dal terrorismo di matrice islamista, ma non è sicuramente nuova agli estremismi islamici. Conta circa 400 foreign fighters censiti. Ci risulta che anche l’ultimo attentatore provò ad andare a combattere per l’Isis ma venne arrestato in Turchia e riportato nel paese d’origine. Indagini recenti ci testimoniano che, tempo prima dell’attentato, aveva postato una foto su Instagram dove ritraeva le tre armi principali degli attentati islamisti: fucile automatico, pistola e machete.

Gli attentati della terza fase del terrorismo in cui ci troviamo sono indubbiamente diversi rispetto a quelli che hanno vissuto le generazioni precedenti. Il succo della storia risulta essere sempre l’uso della forza per imporsi a livello politico e ideologico, facendo leva sul terrore degli individui. Ma occorre specificare che dal 2001 in poi il modus operandi è molto cambiato. Fino ad allora il terrorismo islamista si muoveva in organizzazioni (così come il terrorismo che dilagava in Europa negli anni ‘70-‘80, di tipo militare), ma dal 2001 in poi è emerso un elemento di novità che si discosta dal terrorismo italiano, ad esempio, ed europeo in generale: l’autodistruzione, il suicidio, il martirio. Tanto che nella seconda fase del terrorismo islamista, il terrorista è sempre stato meno inserito nelle organizzazioni e ha cominciato a operare da solo (cfr. “i lupi solitari”). L’idea dell’autodistruzione non è mai appartenuta al terrorismo europeo. In particolare, in Italia si combatte il terrorismo dal 1950 e si è vissuto un trentennio di puro terrore fino agli anni ‘80. Le organizzazioni terroristiche si sono moltiplicate a vista d’occhio negli anni di fuoco, ovvero gli anni di piombo. Basti pensare, per farsi un’idea, che nel 1969 vennero censite due organizzazioni terroristiche mentre 10 anni dopo queste erano diventate ben 262. Dunque, le forze dell’ordine si sono confrontate per un trentennio con aggressioni terroristiche di altra natura rispetto al terrorismo islamista, ma non di minore pericolosità. Questo ha determinato il depositarsi di una lunga esperienza operativa, cosa che all’inizio degli anni ‘70 non esisteva affatto. In quegli anni il terrorismo mostrava tutta la forza di fenomeno politico, colpendo tanto vittime innocenti quanto esponenti politici. Anche il terrorismo islamista agisce “sparando nel mucchio”, come possiamo notare. Non può dirsi la stessa cosa di altre organizzazioni come il terrorismo basco dell’ETA, che ha sempre colpito esponenti politici mirati (così come le Brigate rosse).

A questo punto poniamoci la domanda che tutti ci siamo fatti ma a cui non riusciamo a rispondere: perché l’Italia non è stata colpita dal terrorismo islamista?

Inutile dire che una vera motivazione è difficile da trovare. Si tratta di una serie (probabile) di elementi che si incastrano tra loro; da un lato questa lunga esperienza delle nostre forze dell’ordine e di intelligence in materia, dall’altro il fatto che il numero dei tutori dell’ordine stessi sia maggiore rispetto agli altri paesi colpiti, per continuare col basso numero di foreign fighters partiti dall’Italia per unirsi ai jihadisti e con la minore presenza di ghetti islamici sul territorio nazionale rispetto, ad esempio, a Francia e Gran Bretagna.

È chiaro ormai che nella maggior parte dei casi, nel terrorismo islamista, la questione è politica. Nasce da problemi politici irrisolti e si sviluppa in ambienti sociali in cui vi è un forte sentimento di disillusione. Gli attentati sono compiuti da adepti dell’Isis in giro per il mondo. a testimonianza del fatto che sono figli di una crisi identitaria propria di immigrati di seconda e terza generazione e di politiche di inclusione e integrazione miseramente fallite.

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