<> on September 16, 2016 in Berlin, Germany.

L’incubo del revenge porn colpisce ancora

È stata resa nota nelle ultime ore una vicenda risalente al 2018 e che ha avuto luogo in un comune torinese. Protagonista una maestra d’asilo che in una sua passata relazione con un calciatore dilettante, aveva inviato al partner 18 sue foto e un suo video sessualmente espliciti.
Questo materiale, legittimo esercizio di una libertà della propria vita sessuale destinato a rimanere nella propria sfera privata, viene, al termine della relazione, inviato dall’uomo su un gruppo WhatsApp che condivideva con i compagni del calcio. Uno di questi riferisce tutto alla moglie, la quale riconosce la maestra d’asilo, essendo questa una delle insegnanti del figlio, e dapprima inoltra i contenuti sessualmente espliciti alle madri degli altri bambini che frequentavano l’asilo, successivamente arriva a minacciare di presentare il materiale alla dirigente scolastica qualora lei avesse denunciato l’ex compagno. La maestra non si lascia intimorire e sporge comunque denuncia. Nel mentre, la notizia, giunta alla dirigente scolastica, comporta le forzate dimissioni dell’insegnante, e, come se non bastasse, la dirigente rende pubblici i motivi che avevano portato a tale scelta in modo tale da, come riportano determinate fonti, imprimerle “un marchio addosso per tutta la vita” per non farle trovare “lavoro manco per pulire i cessi della stazione”.

Nel mentre la giustizia ha iniziato il suo corso e, se la dirigente scolastica e la madre sono ancora in attesa dell’esito del processo per diffamazione, la sentenza è stata emanata per l’uomo, che è stato condannato a un anno di reclusione sostituita con la messa alla prova che comporterà per lui l’obbligo si svolgere lavori socialmente utili per otto ore alla settimana per un anno, senza interruzioni stagionali.

Erroneamente, e complici è anche i titoli delle testate che hanno riportato la notizia, si potrebbe pensare che l’uomo sia stato condannato per il c.d. reato di revenge porn, introdotto dalla normativa c.d. codice rosso, contro le violenze di genere. Ma così non è: l’uomo è stato condannato per diffamazione ai sensi dell’art. 595 del Codice penale e di certo non per il nuovo reato di diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti di cui all’art. 612ter, introdotto solo nel 2019 e quindi non applicabile a un fatto del 2018. Riflettendo su questo, si può anche arrivare alla conclusione che non sia stato un male il fatto che il capo d’accusa fosse quello della diffamazione perché, per quanto male è formulata la norma del c.d. reato di revenge porn, per i requisiti specifici che si richiedono per la configurazione della fattispecie, non è da escludere che con più elevata probabilità l’uomo sarebbe stato assolto come minimo per mancanza di prove sullo scopo specifico della diffusione delle immagini.

Questioni di diritto penale a parte, da questo quadro appare chiaro come l’Italia sia un paese contraddittorio pregno di una sessuofobia degna dei decenni scorsi, in cui il modo in cui una persona vive la propria vita sessuale definisce la persona stessa, pregiudicandone finanche la professionalità e portando alla perdita del posto di lavoro. Ancora una volta il problema è chi, facendo legittimo affidamento e fidandosi del proprio partner, ha voluto vivere la sessualità anche tramite l’invio di materiale esplicito – pratica più diffusa di quanto si voglia ammettere – e non chi oggettifica e tradisce. E in tutto questo, se le immagini esplicite fossero state quelle di un uomo, probabilmente tutta la vicenda si sarebbe svolta in modo radicalmente differente.

 

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