Quotidiani cortocircuiti della sanità italiana

Essere figlio di due coordinatori infermieristici ha certamente i suoi vantaggi, come anche i suoi svantaggi. Tra i primi, sicuramente, l’avere qualcuno a cui chiedere, nei limiti delle competenze, chiarimenti sulla pandemia; tra i secondi, il quotidiano timore che il proprio padre o la propria madre possano rientrare a casa positivi perché contagiati sul posto di lavoro. Nel mezzo poi c’è il fatto di poter venire a conoscenza, per testimonianze dirette e non, di dinamiche della vita ospedaliera dell’Italia di questi giorni, storie provenienti dai più disparati reparti e ospedali, ma che uniscono tutto il corpo sanitario italiano nella stessa battaglia.

E così capita, e a quanto pare anche non raramente, che gli operatori sanitari siano chiamati a timbrare il cartellino la mattina nonostante siano stati a contatto con soggetti positivi o soggetti sintomatici di cui è praticamente certa la positività.

Capita allora che il marito di un’infermiera, vaccinato contro i comuni virus influenzali stagionali, cominci a presentare i sintomi che ormai tutti abbiamo imparato conoscere, che non ci sia praticamente dubbio sul fatto che si tratti di un contagio da Coronavirus e che, di conseguenza, la collega abbia avuto un contatto ad elevato rischio di contagio. Così, la nostra infermiera chiama la sorveglianza sanitaria del suo ospedale per ricevere istruzioni sul da farsi: tornando al lavoro come se nulla fosse avrebbe posto in pericolo di contagio, non solo pazienti e colleghi, ma anche utenti esterni che ivi si recano ogni giorno. La risposta della sorveglianza sanitaria è: «se lei non presenta sintomi, metta la mascherina e venga al lavoro». E la stessa risposta ha ricevuto quando il marito, all’esito del tampone, è ufficialmente risultato positivo. Così, per non esporre a rischio i soggetti cui abbiamo accennato e non infierire ulteriormente sulla tensione che era calata nel suo reparto per il timore del contagio, è stata costretta a prendersi giorni di ferie, perché altrimenti l’assenza sarebbe risultata ingiustificata e non retribuita.

Risulta così terrificante l’evidenza del rischio di cluster all’interno di reparti che, in vicende come queste, rischiano di trovarsi senza personale perché tutti o quasi tutti gli operatori sono stati contagiati, trovandosi costretti a chiudere il reparto in un momento in cui tale soluzione non può essere assolutamente contemplata come un’opzione. Comprendiamo ancor meglio come in questi mesi dovesse procedersi all’assunzione di personale, risorsa primaria in questa seconda ondata.
Li chiamavamo eroi, poi dittatori sanitari. Si è contrapposto il diritto al lavoro al diritto alla salute e viceversa. Ma è tramite storie come questa che vediamo come non sempre è il diritto alla salute a vincere sul primo, ma a volte il contrario, o meglio, vediamo come un sistema sanitario va in cortocircuito e quasi cade in contraddizione nel momento in cui il diritto-dovere al lavoro dell’operatore sanitario, che è finalizzato alla tutela della salute collettiva, finisce per porre in pericolo questa stessa, dovendo pagare anni di tagli alla sanità ad ogni livello, con ospedali costretti a prendere decisioni inumane per evitare il collasso, con il sacrificio di diritti fondamentali e inviolabili. Prezzo che, ovviamente, paga chi è chiamato a timbrare il cartellino e a indossare il camice o la divisa bianca.

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