USA 2020, Trump, Biden e il Covid

Il 3 novembre si avvicina e la corsa per la Casa Bianca non è mai stata così infiammata. L’election day di questa tornata infatti è sicuramente uno dei più importanti e anomali della storia recente. Da un lato per ragioni tecniche, visto che non si avranno risultati ufficiali prima di una settimana data la necessità di scrutinare anche i voti via posta, che quest’anno con l’emergenza Covid saranno probabilmente i più numerosi. Dall’altro per i candidati: così apparentemente simili (entrambi uomini bianchi, sopra la settantina e provenienti dalla East Coast), ma così storicamente diversi. Joe Biden, mostro della politica e maestro degli accordi bipartisan, ex Vicepresidente di Obama e uomo dell’establishment per eccellenza, è il Democratico moderato che piace anche ai conservatori e che nei suoi 47 anni in Parlamento è sempre stato una grande risorsa per i Presidenti Dem in cerca di voti tra le fila dei repubblicani. Donald Trump lo conosciamo da tempo, purtroppo, e la sua presidenza è stata perfettamente in linea con il personaggio. Gaffe e uscite infelici a parte, la sua politica liberal-conservatrice da imprenditore (ammiccante all’estrema destra su questioni sociali) ha dato i suoi controversi frutti: PIL che sale per l’abbattimento delle imposte sulle aziende rischia di farsi superare dal rapidissimo aumento delle disuguaglianze e delle persone senza copertura sanitaria (problematica che negli USA di questi tempi si fa sentire particolarmente). Infatti, il punto focale di queste elezioni resta lo stesso di molte altre in giro per il mondo: la gestione dell’emergenza Covid, che negli USA per Trump è stata pessima, con più di 200.000 vittime, tanto che, nonostante il Presidente abbia tentato di evitare sempre l’argomento, alla fine il boomerang l’ha colpito quando è risultato positivo al virus, proprio dopo aver passato la serata precedente a prendere in giro chi indossa la mascherina, come, per l’appunto, il suo rivale Biden. Quest’ultimo pare essere il favorito per la Casa Bianca, dopo la schiacciante vittoria alle primarie contro Bernie Sanders; “Sleepy Joe”, come chiama ironicamente Trump, riferendosi ad alcune sviste del rivale durante i comizi, non ha voltato le spalle all’ala sinistra del Partito Democratico, cappeggiata dallo stesso Sanders, con cui ha scritto a quattro mani il programma per queste elezioni. Programma radicale e candidato moderato, possono essere queste le carte vincenti dei Dem per attirare il voto delle minoranze, dei giovani e delle classi medie bianche? I sondaggi risponderebbero affermativamente, anche alla luce del fatto che queste categorie sono state le più colpite dalla pandemia (sul lato economico prima che su quello prettamente sanitario) alla quale Trump non è riuscito a rispondere affatto, a cavallo tra posizioni estreme e negazioniste (appunto la sua anima anti-establishment) che lo vedevano contraddire il famoso virologo italoamericano Anthony Fauci, e posizioni più moderate, alla ricerca di quell’elettorato che ora sta perdendo, ma che nel 2016 lo fece vincere (la classe operaia dei “suburbs” di Michigan, Winsconsin, Ohio e Pennsylvania). Sono proprio questi gli stati chiave da tenere d’occhio e che faranno la differenza nelle prossime presidenziali; i sondaggi li danno, a oggi, tutti per Biden.

Insomma, ci sono tutti gli ingredienti per rendere questa tornata sicuramente la più esplosiva e, nonostante i sondaggi favorevoli per Biden, la partita sembra ancora aperta, soprattutto per il controllo del Senato, il quale rinnovandosi in questa elezione potrebbe determinare la possibilità per i Dem di mettere in atto tutte le riforme su sistema giudiziario e forze dell’ordine nate dalle recenti proteste Black Lives Matter, sicuramente la stagione di lotta al razzismo sistemico più intensa dagli anni ‘60.

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