L’Italia peggiore

Calpestare la terra smossa del campo nomadi di Castel Romano significa mettere piede nell’Italia peggiore. L’Italia che marcisce amaramente nei propri peccati.

Il campo nomadi di Castel Romano è il più grande di Roma e tra i più grandi di Italia, ci vivono più di 800 anime; sulla carta si chiama “villaggio della solidarietà” ma, appunto, solo sulla carta.

Venne riempito come si riempie un sacco dell’immondizia: ammassando tutto. Nasce dalle ceneri dello sgombero di Vicolo Savini del 2005, insediamento da cui vennero prelevate tutte le famiglie (molte delle quali avevano un lavoro e mandavano i figli a scuola) e portate a Castel Romano, togliendo loro quel piccolo ritaglio di umana stabilità che si erano conquistati.

Alle porte di questo villaggio solidale troviamo stanziate ogni giorno tre camionette dell’esercito, con i rispettivi militari armati, e ogni tanto le volanti della polizia municipale. Stanno là con l’intenzione di mantenere l’ordine quando un ordine non c’è mai stato. E infatti attendono con ansia ogni settimana l’arrivo dei volontari, “quelli che con gli zingari ci sanno fare”. Il martedì e il venerdì da anni viene svolto il servizio medico per adulti e bambini grazie a camper itineranti di associazioni e ospedali. E ogni settimana si forma una calca di gente che ha necessità di essere visitata, soprattutto in tempi come questi. Ironia della sorte (ma non troppo ironica in realtà) ha voluto che a Castel Romano non fosse registrato nessun caso positivo al covid-19. Nessuno. È un dato estremamente interessante, forse più di tutti i numeri che sentiamo ogni giorno. Nessun caso perché il campo nomadi di Castel Romano non appartiene a questa terra. Non vi appartiene in caso di pandemia, non vi appartiene quando si parla di diritti e non vi appartiene se si tratta di amministrazione.

Detto in parole povere, il campo nomadi è un ghetto. Un luogo da cui nessuno esce e può uscire. E in cui nessuno entra. Sta là, a pochi metri da Cinecittà World e dall’outlet dove tutti siamo andati almeno una volta a comprare a prezzo stracciato un paio di Levis. Lo vedono tutti (impossibile non notarlo) e gli rivolgono il solito sguardo del tutto indignati. Alcuni si indignano perché ci rivedono il fallimento di anni e anni di mancata amministrazione comunale. Un’amministrazione (e una sinistra) che ha fallito miseramente dall’inizio, dal momento dell’inaugurazione nel 2005 grazie alla giunta Veltroni, per poi passare di mano in mano, da Alemanno a Marino, sino ad oggi. Altri si indignano perché non pensano ci abitino persone ma scarafaggi. In realtà gli unici scarafaggi sono coloro che hanno lucrato per anni sulla pelle di povera gente facendo demagogia e speculazione politica, rendendo questi luoghi disumani centri di interessi e affari.

Attualmente, il campo è nell’occhio del mirino: da un lato per l’imminente bonifica a seguito di un’indagine sui reati ambientali commessi all’interno dell’area (bonifica che chiaramente avverrà dopo lo sgombero di 800 persone, senza dar loro nessun’alternativa fuorché la strada), dall’altro perché coinvolto nella fitta rete di denaro di Mafia Capitale. Infatti, dopo lo sgombero di Vicolo Savini del 2005, i rom vennero portati in un terreno di proprietà di Salvatore Buzzi, il quale intascò dal comune l’affitto del terreno per anni. Di che terreno stiamo parlando? La striscia di terra centrale (riconosciuta come il campo F) che compone il nostro “villaggio della solidarietà”.

Lo scenario che circonda la desolazione di Castel Romano è penoso. Ma la speranza è l’ultima a morire, per questo da anni a questa parte centinaia di volontari tentano di fare la differenza, ognuno a modo suo. Persone grandiose che conducono una doppia vita: la mattina normali impiegati e il pomeriggio si destreggiano rapidi tra le falle della nostra burocrazia per dare a questa gente un futuro degno. Poi ci sono i ragazzi, giovani di tutte le età che aiutano i medici a fare i certificati per mandare i bambini a scuola, distribuiscono zaini, diari, quaderni, li aiutano con i compiti, qualunque cosa pur di far capire che solo la scuola può dare loro la libertà.

Dopo aver messo piede in quel posto chiunque penserebbe: “Non ci tornerò mai più”. Perché ti manca l’aria, ti si arrossano gli occhi, c’è paura e ostilità ovunque. Ma c’è qualcosa di più forte: la rabbia. Andare a Castel Romano fa arrabbiare, di una rabbia viva, una rabbia produttiva. La rabbia che ti fa dire “basta”. E che ti fa tornare ogni giorno con la consapevolezza sempre più grande che l’Italia sa essere un bel paese, ma sa essere anche orribile. Ed è dall’Italia peggiore, dalle sue crepe, dai ratti per strada, i bambini sporchi e nudi, i vecchi malati, le donne incinte, le ragazzine prostitute, i drogati per la disperazione, che tocca tornare. E cambiare.

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