Riscrivere l’economia, adesso o mai più

Alzataccia alle 7, borsa preparata di fretta, un caffè al volo, e, ovviamente, la mascherina – che di questi tempi meglio stare sicuri. È settembre, e oltre alla campanella scolastica, torna a suonare la sveglia per i lavoratori che si apprestano a “rientrare” dopo un’estate decisamente anomala.

Il ritorno alla “normalità”, però, non riguarda tutti. Molti, negli scorsi mesi, hanno perso il lavoro, tanti altri sono stati congelati dalle misure implementate dal Governo (blocco dei licenziamenti e prolungamento della cassa integrazione) che, a distanza di un quadrimestre, sembrano aver prodotto risultati tutto sommato positivi. Infatti, a fronte del crollo del 10% del PIL e della diffusione di una pandemia globale, l’occupazione, per ora, ha tenuto, diminuendo di circa 1% (dal 59% al 57,7% dati ISTAT). Come prevedibile, però, i dati più negativi riguardano soprattutto l’occupazione a termine (500 mila posti di lavoro persi in sei mesi) e quella giovanile (250 mila posti in meno rispetto ad un anno fa), a dimostrazione che, anche in tempi di crisi globale, le diseguaglianze continuano ad aumentare in Italia come all’estero.

Proprio dall’estero stanno arrivando alcune delle proposte più radicali per affrontare il momento. Joseph Stiglitz, Premio Nobel e ospite speciale alla convention “RESET”, organizzata dal Partito Socialista Europeo per discutere di ripresa economica, è stato il più netto: “Se non ti sembra di stare in una recessione, dovresti essere tassato di più”. Sempre dall’estero arriva la proposta riguardante la possibilità di ridurre a quattro giorni la settimana lavorativa. Dopo essere stata lanciata dalla Premier Neozelandese Jacinda Ardern (40 anni, Laburista), l’idea è stata raccolta da Sanna Marin in Finlandia. Al grido di “lavorare tutti, lavorare meno”, la trentacinquenne Premier è infatti tornata a sventolare una storica bandiera della socialdemocrazia scandinava, ipotizzando anche di ridurre la giornata lavorativa da 8 a 6 ore con un taglio minimo nei salari (5%). La discussione ravvivata della giovane leader (tanto amata dalla nostra Sinistra, quanto ammirata dai suoi colleghi dei cosiddetti paesi “frugali” nel contrasto agli spendaccioni paesi del sud Europa – cioè noi) non è tuttavia originale, e da anni economisti di tutto il mondo la associano a miglioramenti nella produttività, nella creatività e nel benessere dei lavoratori. Ora però, causa Covid, e con un lockdown di mezzo, il tema sembra quasi avere un sapore di novità, tanto da essere preso in considerazione persino dalla Germania di Angela Merkel, che non esclude la possibilità di combinarlo con lo smart-working. Jacinda, Sanna e Angela: tre donne, coincidenza?

A proposito di smart-working. Circa l’85% dei lavoratori italiani vorrebbe proseguire “a distanza” anche dopo l’emergenza, e il 40% si dichiara favorevole “nonostante le difficoltà di gestione” (dati dell’Università di Milano). Difatti, si stima che circa un lavoratore su tre possa diventare definitivamente “smart”, facendo trasferire milioni di italiani dagli uffici al salotto di casa. Meno trasporti, meno inquinamento, ma anche meno contatto umano – nel bene e nel male. Il rischio è di normalizzare “l’effetto caverna”, in cui vengono a mancare socialità, rapporti umani extra familiari, ma anche tanti incassi per bar e ristoranti nelle grandi città. È un fenomeno già iniziato, e a trarne vantaggi sono le aree interne del paese e il Sud, dove migliaia di cittadini e studenti hanno deciso di rimanere per evitare costi e affitti. Il lavoro da remoto, se inteso come soluzione permanente, implicherebbe anche nuove leggi (come quella sul diritto alla disconnessione della On. Pini), nuovi sistemi di controllo e di verifica, oltre che un grandissimo investimento in formazione e infrastrutture digitali.

La grande sfida, però, rimane quella di come dare un futuro ai giovani. Mario Draghi lo ha detto chiaramente, sottolineando come ormai in Italia la disoccupazione giovanile sia vicina al 30%, uno dei valori più alti in Europa. Fabrizio Barca, nel nuovo rapporto del Forum Diseguaglianze e Diversità, spiega come disoccupazione giovanile e diseguaglianze debbano essere contrastate innanzitutto attraverso il ripensamento, e il rilancio, del nostro settore pubblico. Lo Stato italiano, che controlla 6 fra le prime 10 imprese italiane, finanzia circa il 17% della spesa in ricerca e sviluppo delle imprese italiane, e rappresenta circa il 29% della Borsa di Milano, dovrebbe assumere maggiore consapevolezza del ruolo che svolge nell’economia senza limitarsi alla nomina dei manager. Ad esso spetta individuare strategie coerenti di medio-lungo termine, indicando una chiara idea di futuro sulle sfide epocali della nostra società, quali l’innovazione tecnologica e digitale, il cambiamento climatico, e l’invecchiamento della popolazione. Questo andrebbe poi accompagnato con il rilancio della Pubblica Amministrazione, dove digitalizzazione e ringiovanimento del personale sono urgenti, in quanto solo l’1% dei dipendenti è under30 (età media dei dipendenti pubblici più alta dell’area Ocse). Ciò potrebbe aiutare anche a ridurre la distanza tra domanda e offerta di lavoro in quanto, ad esempio, i centri per l’impiego, usatissimi in tutta Europa ma snobbati in Italia, gioverebbero moltissimo di un grande investimento digitale in creazione di database nazionali (e non più regionali come ora) costantemente aggiornati, ai quali far accedere anche i privati.

Il nostro governo avrà tra le mani la più grande quantità di risorse mai messa a disposizione dall’Europa, e il come investirli rappresenta una delle più importanti decisioni politiche ed economiche dei prossimi anni. Tuttavia, ad oggi, nel dibattito politico poco è stato detto su come verranno spesi e su quali strategie verranno adottate. Quando finiremo di chiederci chi sia più “di sinistra” tra Roberto Saviano e Chiara Ferragni, o tra il M5S e il MES, forse ci renderemo conto che abbiamo l’occasione per ridisegnare il nostro domani. L’occasione per avvicinarci a quel “mondo migliore” tanto decantato durante la pandemia, provando, intanto, a renderlo quantomeno più giusto.

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