Referendum – perchè bocciare il taglio e sostenere le riforme

Il referendum del 20-21 settembre propone di modificare gli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione al fine di ridurre il numero dei parlamentari: da 630 a 400 alla Camera dei Deputati, da 315 a 200 al Senato. Com’è noto, la proposta nasce per volontà politica del Movimento 5 Stelle, a cui hanno fatto seguito quasi tutte le forze politiche parlamentari, per timore evidente di essere additate come rappresentanti della “casta”: un’accusa che, a 13 anni dal VaffaDay grillino, sembrava aver perso forza e, oltretutto, significato.

È vero che una ragionevole riduzione del numero dei parlamentari è stata oggetto di dibattito in moltissime occasioni nel corso della storia politica italiana, fino al referendum Renzi-Boschi del 2016, per ragioni e idee di fondo piuttosto eterogenee, ma tendenzialmente legate al superamento del bicameralismo paritario e quindi a una riforma complessiva del “Titolo I, Parte seconda” della Costituzione.

Si tratta di un’esigenza fondata e che, tuttavia, non è materia di questo referendum costituzionale e nemmeno apertamente prevista dalla fazione del Sì: il taglio dei parlamentari proposto ha, infatti, il solo effetto di diminuire la rappresentanza popolare, giustificata da una politica del risparmio che è in verità un risparmio sulla politica. Quest’ultima dovrebbe essere d’esempio, come se, negli ultimi anni, non abbia già fatto abbastanza per annullarsi, dequalificarsi, fino ad apparire superflua. Un’operazione talmente gretta che dovrebbe soltanto destare sconcerto e non essere, invece, oggetto di un referendum costituzionale.

C’è da chiedersi se dietro ci sia un disegno politico ulteriore, capace di nobilitare una proposta del genere. Alcuni di quelli che sostengono il sì giustificano la loro scelta anche in virtù di un’ipotetica riforma futura, più organica e profonda. Ma è veramente un “primo passo” in quella direzione? La verità è che il taglio proposto sarebbe perfino un ostacolo a un futuro riassetto del parlamento: si immagini, ad esempio, passare a un sistema sostanzialmente monocamerale con soltanto 400 deputati. A quel punto, si attiverebbe un imprevedibile “saliscendi” della rappresentanza, frutto di una dilettantesca incapacità di previsione. Avrebbe sicuramente avuto senso diminuire il numero dei deputati (ma non in questa misura) nel quadro più ampio di una riforma non soltanto orientata al superamento del bicameralismo paritario, ma anche a una revisione degli attuali, confusissimi, rapporti tra Stato e regioni, e dunque del titolo V.

D’altra parte, bisogna tenere presente che è complicato, in un contesto nel quale le regioni hanno progressivamente assunto importanza e un ruolo legislativo significativo, immaginare un superamento del bicameralismo non prevedendo un Senato delle autonomie. Il monocameralismo assoluto, che secondo qualche sostenitore del Sì sarebbe conseguenza diretta di questa riforma, non sembra ad oggi un’opzione percorribile, a meno che non si intenda decentrare ancora di più le competenze legislative, trasformando l’Italia in una repubblica federale con un Parlamento nazionale dai poteri ben più limitati. È estremamente preoccupante che anche su questi nodi non si stia avanzando una visione strategica: nello stesso periodo in cui è in discussione la concessione di maggiore autonomia alle più importanti regioni del Nord, si parla dell’esigenza di riaccentrare alcune competenze, in primis quelle sanitarie, soprattutto nel dopo pandemia.

La riforma, inoltre, proprio in ragione della diminuzione del numero dei parlamenti, ci condanna ad accettare il sistema elettorale proporzionale – sebbene renda alcuni territori talmente privi di rappresentanza da creare di fatto un sistema maggioritario in alcune zone del Paese – e, anche in questo, si vede il pressapochismo che la accompagna. È singolare poi che tutti i partiti, anche quelli fino a ieri sostenitori del sistema elettorale maggioritario a collegi uninominali, accettino adesso questa sorta di sistema misto e pasticciato, che viene fatto passare come un correttivo necessario a questa riforma. Tutti questi non posso essere che sintomi di un generale stato confusionale che investe tutto l’arco parlamentare, Partito Democratico incluso.

Sarebbe, tuttavia, ancora troppo facile per la sinistra, almeno quella consapevole di tutti questi limiti, ritrovarsi, anche in questa occasione, in una trincea di resistenza, per ribadire l’inviolabilità della Costituzione. Il ripensamento del titolo V, l’irrisolto conflitto tra Stato e regioni (spesso tutto a vantaggio di quelle già più forti), la capacità delle istituzioni democratiche di rappresentare adeguatamente e decidere efficacemente, sono temi dirimenti, attorno ai quali interesse nazionale, interesse pubblico e solidarietà nazionale si intrecciano in maniera virtuosa, e che le forze sinceramente riformiste devono saper affrontare senza astratte divisioni e rendite di posizione. Passare al “contrattacco” è l’unico modo per evitare di dover subire, in futuro, riforme formalmente e politicamente sgrammaticate.

About Redazione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *