NOn chiamatela riforma

Che la nostra Costituzione abbia la necessità di essere riformata non è un mistero. Sin dalla sua entrata in vigore, i Padri Costituenti richiamavano la necessità di apportare delle migliorie alla Costituzione (“La costituzione sarà gradualmente perfezionata; e resterà la base definitiva della vita costituzionale italiana. Noi stessi – e i nostri figli – rimedieremo alle lacune e ai difetti, che esistono” affermava Meuccio Ruini, presidente della commissione che scrisse la Costituzione).

Sul vocabolario Treccani, le prime due parole nella definizione “riformare” sono “modifica sostanziale”: come possiamo considerare un mero taglio parlamentare una modifica sostanziale?

Le “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari” che andremo a votare il 20-21 settembre non cambiano niente dal punto di vista strutturale, ma soprattutto non risolvono alcuno dei problemi che da decenni si pongono Costituzionalisti e non: non superano il bicameralismo perfetto, nato dall’allora esigenza di evitare gli stessi presupposti che diedero il totale potere al Partito Fascista e all’emergere del suo leader Benito Mussolini (problema che oggi, per fortuna, non esiste più), non ripropongono una giusta e netta separazione nelle competenze Stato-Regione (così eviteremmo continui conflitti tra esse, vedasi l’ultimo caso su tutti gli scontri per l’emergenza Covid-19), non eliminano il CNEL (sì, lo abbiamo ancora), e così via.

Dall’altra parte, tali modifiche aggiungono diversi punti discutibili.

I primi di carattere sostanziale: in un sistema come il nostro, in cui sui seggi alla Camera e al Senato siedono tanti partiti, come possiamo credere che una riduzione del numero dei parlamentari possa portare benefici sotto una maggiore stabilità di una maggioranza parlamentare e governativa, dato che il peso del singolo parlamentare sarà maggiore (e magari anche qualche capriccio), e aggiungendo che già adesso il Governo Conte II, che ha numeri risicati al Senato, è sostenuto da 5 partiti (PD, M5S, Italia Viva, LEU, MAIE, a cui si aggiungono i membri del gruppo misto)? E se la ricerca di una maggioranza diventerà più problematica, conseguentemente non ci sarà una maggiore difficoltà nel trovare un compromesso e un equilibrio per i testi legislativi (pensate solo alle difficoltà incontrate nell’iter della “Legge Cirinnà”, e immaginatelo in un Senato in cui non ci siano 315 senatori ma 200)? In più, come non possiamo tener conto che una riduzione dei parlamentari non comporti una minore rappresentatività, aumentando il rapporto parlamentare-cittadini rappresentati (senza tener conto che molti territori perderanno una rappresentanza in Parlamento)?

Il secondo punto è di carattere procedimentale: a mero titolo esemplificativo, quando a promuovere una riforma costituzionale c’era il Governo Renzi, ci si presentava con una riforma elettorale già approvata in Parlamento (“Italicum”), strumentale all’approvazione, sia in ambito parlamentare che popolare, della riforma costituzionale (ricordate il “combinato disposto”?). Al voto del 20-21 settembre ci presentiamo con una mera riduzione parlamentare e con una promessa di riforma elettorale di cui sappiamo poco e nulla sia nella sostanza (quanto sarà proporzionale? Soglia di sbarramento? Collegi uninominali?), sia nelle tempistiche (si noti, tra l’altro, che l’esigenza di avere una riforma elettorale da applicarsi in caso di approvazione del referendum costituzionale è stata più volte richiamata da diversi esponenti del mondo politico e giuridico, in ultimo dalla Presidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia).

Si aggiunge, perciò, che un no al referendum non è un no al taglio dei parlamentari: nelle ultime riforme costituzionali (seppur bocciate) si prevedeva comunque una riduzione dei parlamentari, ma calata in un contesto che cercava di modificare e superare (in modo giusto o sbagliato passa dal giudizio dei singoli) alcuni temi che da decenni ci si pone. Non è neanche un referendum sulla riduzione delle spese della politica (ammesso che la si possa considerare, dato che il risparmio per ciascuno di noi sarà pari a meno di un euro). Deriva da un’esigenza, dopo anni e anni di discussione, di avere una reale modifica di una Costituzione, anzi di un miglioramento e un aggiornamento rispetto ai nostri e futuri tempi, della macchina politica e amministrativa del nostro Paese.

Invece, ci troviamo a dover andare a votare una riforma figlia di una mera esigenza populista, intesa come un semplice slogan da sbandierare all’elettorato, e mancante di una vera una riflessione, di uno studio, di un confronto, tutti elementi necessari per qualsiasi testo legislativo, soprattutto se riguarda la Carta Costituzionale; nonché una riforma sostenuta, da una parte dai partiti figli di questo populismo, e dall’altra da esponenti che più che entrare nel merito, richiamano il rispetto di patti politici pregressi, con dunque forti lacune nel merito.

Il meccanismo che regola la macchina legislativa del nostro Paese può essere basato su questo?

In conclusione, il sostegno al no è basato sulla speranza che un giorno qualcuno riesca a seriamente a promuovere una riforma della nostra Costituzione.

Perché questa non è una riforma.

Buon voto a tutti.

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