Contrasto all’omotransnegatività e misoginia: il DDL Zan

Il 14 luglio, con il consenso della maggioranza, il voto contrario di Lega e FdI e l’astensione “di apertura” condizionata di FI, è stato approvato il testo base del DDL Zan, ossia la legge contro l’omobitransfobia e la misoginia.

La proposta mira ad una modifica alle due norme del Codice penale inserite dalla c.d. legge Mancino, gli artt. 604bis e 604ter, che prevedono rispettivamente i reati di propaganda e istigazione a delinquere per motivi razziali, nazionali, etnici o religiosi, e la generica aggravante per i reati commessi per la relativa discriminazione. In caso di approvazione sarebbe quindi applicabile l’aggravante e sarebbero punibili l’istigazione a delinquere anche per motivi fondati sul genere, l’identità di genere e l’orientamento sessuale.

Non viene prospettato il reato di propaganda (c.d. hate speech), probabilmente per una temuta resistenza, rivelatasi poi vera in seguito alle infondate dichiarazioni che hanno etichettato la legge come “liberticida”, che avrebbe comportato il rigetto della proposta. In realtà, come rilevato dalla dott.ssa Locati (Magistratura democratica) in una intervista a Il Manifesto, il DDL Zan ha l’opposto risultato di circoscrivere la nozione di discorso d’odio, da cui rimangono quindi esclusi i discorsi non istigatori.

Fortunatamente, ci si è resi conto che introdurre nuovi reati non è sufficiente, e sono state inserite nel testo della proposta misure di politica nazionale attiva contro l’omotransnegatività. Fondamentale risulta la previsione di un fondo per i centri antidiscriminazione e le case rifugio, che al momento sono costrette a finanziarsi autonomamente senza ricevere supporto economico dallo Stato.
Non meno rilevante è l’istituzione, il 17 maggio, della Giornata nazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia. La ricorrenza dovrebbe avere una sorta di funzione pedagogica in quanto volta alla promozione del rispetto e dell’inclusione in contrasto a pregiudizi, discriminazioni e violenza, con l’organizzazione di iniziative anche da parte delle P.A. e in modo particolare nelle scuole. Questo dettaglio, che potrebbe apparire irrilevante, è invece un punto fondamentale in quanto costituisce un primo piccolo passo vero l’istituzione di programmi di educazione affettiva e sessuale nelle scuole, che nel nostro Paese sono insufficienti, se non assenti.

In conclusione, se da una parte si potrebbe pretendere ancor di più, dall’altra occorre sottolineare come l’approvazione di questa legge comporterebbe il riconoscimento da parte dell’ordinamento di tratti essenziali della persona come il genere, l’identità di genere e l’orientamento sessuale, che, a oggi ancora ignorati, creano nella realtà sociale “cittadini di serie A” e “cittadini di serie B”, i quali sono costretti a subire, spesso in silenzio e nella noncuranza della legge, violenze, discriminazioni e pregiudizi che non possono più trovare spazio nell’Italia del 2020.

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