Il Paese è uscito dal lockdown, la Politica no

Che il governo abbia affrontato bene i primi momenti di crisi sanitaria è sotto gli occhi di tutti ed è difficilmente negabile, soprattutto quando si paragona con ciò che, purtroppo, sta succedendo tutt’ora in altri paesi come USA, Russia, UK, o Brasile, tutti (casualmente?) guidati da nazionalisti. Con la stessa sincerità, però, dobbiamo ammettere che, ad un certo punto, quel filo che aveva consentito agli italiani di aggrapparsi e di avere fiducia, si è spezzato, portando alla luce le grandi incertezze della maggioranza su come affrontare la “Fase 2”. Mentre, giustamente, si era delegata gran parte della gestione sanitaria a team di scienziati ed esperti, ci si aspettava che la Politica, lontana dai riflettori e dalle dirette Facebook, stesse programmando una ripartenza basata su progetti di lunga durata in grado di affrontare un mondo in cui “nulla sarà più come prima” e in cui “saremo persone migliori”. Nessuno nega le infinite difficoltà del momento, ma, a quasi un mese dalla fine del lockdown, non possiamo sorprenderci se iniziano ad esserci sentimenti di rabbia e delusione dopo che, quasi una volta a settimana per più di un mese, abbiamo mandato in TV un Premier che elencava cifre di denaro, bonus e incentivi che, tuttavia, in molti casi, ai cittadini stentavano ad arrivare. Ancora oggi si continua a parlare di bonus, di task force, di “stati generali”, di grandi manager e commissari, come se ci si volesse liberare di responsabilità, affidando anche la gestione della crisi economica a esperti e tecnici. Responsabilità e gestioni che, tuttavia, spetterebbero alla Politica, la grande assente di questa fase.

A farne le spese siamo soprattutto noi giovani, la famosa generazione under 30 di studenti e lavoratori. Negli anni siamo stati etichettati in tutti i modi, da “mammoni” a “millennials”, da “Neet” scansafatiche a, in ultimo, untori della pandemia, come se il grande tema fossero le birre bevute al bar piuttosto che ciò che i dati ISTAT dimostrano, ossia che un terzo degli studenti non è riuscito a seguire le lezioni per più di tre mesi e che sarà la nostra generazione a pagare le conseguenze maggiori di questa crisi.

Davanti al silenzio della Politica, la risposta della nostra generazione è arrivata ancora una volta dalle piazze. Come per il 2019 con le manifestazioni per il clima, anche queste ultime settimane sono state caratterizzate da un’ondata globale di giovani scesi in piazza contro ogni forma di razzismo e ingiustizia sociale. L’abbiamo fatto anche noi, a Piazza del Popolo, avvolti in uno strano sentimento di timore, incertezza ed emozione. Da una parte quella strana paura, figlia del Covid, che ti porta a volere poche persone intorno a te, dall’altra quel desiderio di tornare in piazza, di denunciare le ingiustizie, di rispondere ai saluti romani, alle urla e ai selfie di gruppo della destra, con 8 minuti e 46 secondi in ginocchio, in silenzio, distanziati l’uno dall’altro. Alla fine, il messaggio di quella piazza, e di decine di altre piazze in tutta Italia e nel mondo, è arrivato forte e chiaro. Un messaggio dallo spirito internazionale, un messaggio di insofferenza davanti alle ingiustizie e a ogni tipo di diseguaglianza e sfruttamento. Un messaggio che dice che “I have a dream” del dottor M. L. King non è più sufficiente, perché la nostra generazione non ha più voglia di sognare, ha voglia di vivere.

Il nostro PD questo messaggio lo deve cogliere, uscendo dalla sua quarantena, portando avanti un’agenda coraggiosa e, soprattutto, coerente. Deve pretendere che la Politica torni ad assumersi le proprie responsabilità, deve ridare importanza e valorizzare i propri parlamentari e le proprie idee, senza cercare “leader dei Progressisti” nelle case altrui, e senza nascondersi dietro alibi, problemi di coalizione e tecnici di turno. Perché, è vero, la Ministra Azzolina non sarà all’altezza, ma è ingiustificabile che si sia pensato prima agli stabilimenti balneari che alle scuole e, a Roma, alla riapertura di biblioteche e aree gioco per bambini. Non è credibile criticare Salvini se poi, in dieci mesi di governo, non si cancellano i decreti sicurezza e la Bossi-Fini. Non è credibile inginocchiarsi e chiedere rispetto per George Floyd, se poi non si riforma la legge sulla cittadinanza, non si contrasta realmente il lavoro nero e invisibile, e si accettano le morti nel Mediterraneo (più di 20 000 dal 2014). Non è credibile festeggiare il ritorno di Silvia Romano, se poi si continuano a vendere armi a Turchia, Libia ed Egitto, mancando di rispetto alla memoria di Giulio Regeni e a Patrick Zaki, ingiustamente rinchiuso in un carcere del Cairo da febbraio.

Il dramma di questi mesi ci sta consegnando una grandissima opportunità, quella di poter contare su finanziamenti europei e sospensione del Patto di Stabilità per la rinascita economica e sociale del Paese. Sprecarla o assistere in modo passivo ad essa, sarebbe l’ennesimo suicidio. Non possiamo permettercelo. Facciamo uscire il PD dalla sua quarantena. Il paese ha bisogno del nostro Partito, e, soprattutto, ha bisogno della nostra idea di futuro. Un futuro sostenibile, più equo, che ridia prospettive ai giovani. “Ne usciremo migliori” si diceva fino a poche settimane fa, perché non provarci partendo da quelle migliaia di pugni alzati nelle piazze?

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